Il tempo e la vita

Non c’è esperienza psicologica e umana che non si accompagni alla presenza del tempo; ma non c’è solo il tempo dell’orologio, il tempo del mondo, il tempo geometrico, che scandisce le ore in uguale misura per ciascuno di noi, e che non può essere influenzato dalle nostre emozioni. Non c’è solo il tempo della clessidra, insomma, ma c’è anche il tempo interiore, il tempo soggettivo, che è il tempo vissuto, e il tempo che cambia in ciascuno di noi di momento in momento, di situazione in situazione, il tempo che, indipendentemente dalla scansione cronologica delle ore, ci fa vivere in misura diversa una uguale estensione temporale. Quando siamo stanchi, o tristi, o annoiati, abbiamo una percezione soggettiva del tempo diversa da quella che è in noi quando siamo lieti, o sereni, o siamo interessati a qualcosa. Un’ora di tempo diviene lunga e interminabile nel primo caso, e invece breve e fluida nel secondo caso; e questo in relazione con i nostri diversi stati d’animo e le nostre diverse emozioni che si riflettono immediatamente nella percezione che ciascuno di noi ha del tempo. Ciascuno di noi ha un domani dinanzi a sé anche se non ne conosciamo le figure, gli aspetti, le ombre, la luce, le dimensioni liete, o dolorose. Il flusso agostiniano del tempo, che dal passato defluisce nel presente, e dal presente si trascende nel futuro, scorre in noi senza che non sempre si abbia coscienza di questo.

borgna itelvA proposito della distinzione radicale fra tempo dell’orologio e tempo altro, Eugenio Borgna ricorda W.G. Sebald con Austerlitz.
“Un orologio mi è sempre sembrato qualcosa di ridicolo, qualcosa di mendace per antonomasia, forse perché, per un impulso interiore a me stesso incomprensibile, mi sono sempre ribellato al potere del tempo escludendomi dai cosiddetti eventi temporali, nella speranza – come penso oggi, disse Austerlitz – che il tempo non passasse, non fosse passato, che mi si concedesse di risalirne in fretta il corso alle sue spalle, che là fosse come prima o, per meglio dire, che tutti i punti temporali potessero esistere simultaneamente gli uni accanto agli altri, cioè che nulla di quanto racconta la storia sia vero, che quanto è avvenuto non sia ancora avvenuto, ma stia appunto accadendo nell’istante in cui noi ci pensiamo, il che naturalmente dischiude peraltro la desolante prospettiva di una miseria imperitura e di una sofferenza senza fine.”
Poi riprende il famoso discorso del Sant’Agostino delle Confessioni, che parla del tempo e delle sue metamorfosi.
“Cos’è dunque il tempo? Se nessuno m’interroga, lo so; se volessi spiegarlo a chi m’interroga, non lo so. Questo però posso dire con fiducia di sapere: senza nulla che passi, non esisterebbe un tempo passato; senza nulla che venga, non esisterebbe un tempo futuro; senza nulla che esista, non esisterebbe un tempo presente. Due, dunque, di questi tempi, il passato e il futuro, come esistono, dal momento che il primo non è più, il secondo non è ancora? E quanto al presente, se fosse sempre presente, senza tradursi in passato, non sarebbe più tempo, ma eternità. Se dunque il presente, per essere tempo, deve tradursi in passato, come possiamo dire anche di lui che esiste, se la ragione per cui esiste è che non esisterà? Quindi non possiamo parlare con verità di esistenza del tempo, se non in quanto tende a non esistere.”
Borgna cita anche William Shakespeare che si inoltra nella foresta oscura del tempo in uno dei suoi Sonetti, il CXXIII.
“No, Tempo, non potrai vantarti d’avermi fatto cambiare: le tue piramidi, che pure furono edificate con uno sforzo prima d’allora sconosciuto, non rappresentano per me nulla di nuovo e straordinario, e non son che rappresentazioni di una intuizione preesistente.
Il tempo che abbiamo da vivere è breve, e perciò noi guardiamo con meraviglia a quel che ci offri per cosa antica, ed a tanto preferiamo credere come se fosse creato apposta per noi, anziché pensare d’averne già in precedenza avuta notizia.
Io sfido, o Tempo, entrambi: le tue cronache e te stesso, né riesco a provare alcuno stupore per il presente o per il passato, perché le tracce che dietro a te son rimaste e quel che ne vediamo, tutto parla un linguaggio menzognero, essendo creato e quindi andando in rovina a causa della tua eterna fretta.
Tanto giuro, e manterrò sempre il mio voto: e resterò fedele, a dispetto di te e della tua falce”

Eugenio Borgna, Il tempo e la vita, collana “Campi Del Sapere”, Giangiacomo Feltrinelli Editore, 2015.

Concerto di una sera d’estate senza poeta

Un mormorio. Brandelli di sogno. Secchi colpi d’ali. Chi è che parla? Grigi uccelli migratori girano intorno a una torre scura, stridono rochi richiami, canti in lingue incomprensibili. Le loro traiettorie tracciano disegni irregolari, organici, sopra la palude e la landa e lo specchio del fiume e dei canali. Oppure quel sussurrio scaturisce dalla marea dell’aurora che sale inarrestabile, si insinua fin dentro la stanza, incerta se sia già venuto il suo tempo?
Vogeler si alza dal letto, indossa la vestaglia blu notte, per metà kimono giapponese e per metà nobile veste medievale. Ne ha ideato lui stesso il ricamo, una coppia di usignoli che accostano i becchi nel folto dei rovi, così come ha ideata ogni altra cosa che Iì lo circonda, dal grande letto di betulla lucidata alle lampade, i candelabri e le tappezzerie, fino alla commode dipinta in bianco opaco. In tutta la casa, dal colmo del tetto fino alle cantine per i vini, non c’è stanza né quasi oggetto che non abbia elaborato o modellato lui, e a cui non abbia dato forma di persona e sistemato e arrangiato in maniera tale da corrispondere alle sue convinzioni e idee, fantasie e desideri.

cdisTra fine Ottocento e primi anni del Ventesimo secolo. Rainer Maria Rilke gira l’Europa e va a Parigi, a Mosca, a Berlino, a Firenze. Proprio nella città gigliata conosce il pittore Heinrich Vogeler, tra i più importanti rappresentanti dello Jugendstil. Heinrich convincerà Rilke a raggiungerlo a Worpswede, accogliente e particolare località nel nord della Germania dove molti artisti hanno scelto di vivere vicino alla Natura.
Vogeler ospiterà Rilke nella casa delle betulle e il poeta avrà modo di incontrare e conoscere Clara Westhoff che diverrà, poi, sua moglie. Rilke, però, si dedica anima e corpo al suo talento e disprezza in modo particolare l’ozio, “lo rifugge, perché fondamentalmente è lui stesso un ozioso che anche mentre non fa nulla è coartato a fingere di essere gravemente assorto nel lavoro”. Continuerà quindi “a inscenarsi poeta anche quando gli sarà scappata ogni ispirazione, reciterà a beneficio del mondo un copione che ormai è diventato parte inestricabile da sé.”
Modick ricostruisce qui, in modo attento, con dei lenti flashback, la storia di questi incontri tra artisti partendo da un celebrato quadro dello stesso Vogeler in cui siamo proiettati in un continuo “dentrofuori”. Un quadro nato dall’atmosfera della prima estate trascorsa a Worpswede.

Klaus Modick, Concerto di una sera d’estate senza poeta, traduzione di Riccardo Cravero, I narratori delle tavole, Neri Pozza 2015.

Correre

I tedeschi sono entrati in Moravia. Sono arrivati a cavallo, in macchina, in motocicletta, in camion ma anche in carrozza, seguiti da unità di fanteria e da colonne di rifornimento, poi da qualche semicingolato di piccola taglia e poco altro. È ancora presto per vedere i grandi Panzer Tiger e Panther guidati da carristi in divisa nera, colore che si rivelerà assai pratico per nascondere le macchie d’olio. Alcuni Messerschmitt monomotore da ricognizione di tipo Taifun sorvolano l’operazione, ma hanno solo il compito di assicurarsi dall’alto che tutto fili liscio, non sono neanche armati. È soltanto una piccola invasione lampo senza scosse, una piccola annessione senza tante storie, per ora non è la guerra vera e propria. Diciamo che i tedeschi arrivano e si insediano, tutto qua.

zkA Ostrava, città mineraria in cui Emil Zátopek è nato, ci sono industrie come Tatra e Bata, le più importanti della Moravia. Tatra progetta automobili belle e costose, Bata produce scarpe buone e abbastanza economiche. Se cerchi lavoro, provi a entrare in una delle due.
Emil si è ritrovato nella fabbrica Bata di Zlín, cento chilometri sotto Ostrava. Frequenta da interno la scuola professionale e impara il mestiere nella divisione gomma, un lavoro duro che tutti preferiscono evitare.
Il reparto dove l’hanno messo all’inizio produce ogni giorno duemiladuecento paia di scarpe da tennis con la suola di para, e il primo lavoro di Emil è quello di rifilare le suole con una ruota dentata. I ritmi sono terribili, “l’aria irrespirabile, i tempi troppo stretti, la minima imperfezione punita con una multa, il minimo ritardo scalato dal già magro salario, quasi subito non ce l’ha fatta più”. Allora lo spostano e lo assegnano alla preparazione delle forme dove si sgobba altrettanto ma c’è meno puzza, e riesce a resistere.
Ogni anno alla Bata organizzano una corsa a piedi, il Percorso di Zlín, a cui devono partecipare tutti gli studenti della scuola professionale con la maglia della ditta stampata sul petto. A Emil tutto questo non piace e gareggia solo perché costretto, lo fa per stare in compagnia.
La prima corsa a cui Emil partecipa è un cross-country di nove chilometri messo a punto dalla Wehrmacht a Brno. Emil partecipa malvolentieri alla gara, ma ce la mette lo stesso tutta. Arriva secondo senza neanche accorgersene e un allenatore del club locale si interessa a lui. Corri in modo strano ma non corri male, gli dice.

Jean Echenoz, Correre, traduzione di Giorgio Pinotti, Adelphi 2009.

Nel cuore del romanzo dell’Ottocento

Mentre percorriamo e ripercorriamo le strade di Delitto e castigo, mentre cerchiamo noi stessi in questa «storia fantastica, cupa, in questo caso dei nostri tempi, nei quali il cuore umano si è intorbidato», ci domandiamo chi sia Raskol’nikov. La nostra prima impressione è chiara. Raskol’nikov è un eroe romantico, un idealista alla Schiller, un angelo pallido: «bello, con stupendi occhi scuri, capelli castani, alto, esile e snello». Come ogni eroe romantico, è solitario, orgoglioso e superbo: pare sempre nascondere qualcosa dentro di sé; e gli altri hanno l’impressione che egli li guardi dall’alto in basso, salito sopra un piedistallo fantastico. Una cupa e tetra atmosfera luciferina avvolge la sua figura. Mentre noi tutti ci lasciamo sedurre dalle occasioni della vita, c’è in lui una purezza intangibile, un fondo adamantino e inflessibile, fiero e disperato, che nessuna lusinga riesce a corrompere. La vita non gli basta: l’esistenza sola è troppo poca cosa per lui: aveva sempre voluto di più; era stato «mille volte pronto a dare la sua esistenza per un’idea, per una speranza, perfino per un sogno».

male assolutoRabbia, impetuosità, tormenti, segreti, rimorsi… Il Male costituisce l’antitesi di tutto ciò che viene accettato convenzionalmente come Bene. La letteratura autentica mette sempre in discussione le norme delle convenzioni e i princìpi della prudenza e forse, come scriveva Georges Bataille, avvicinarsi al Male e mettere il discussione il Bene è  innanzitutto condizione di libertà. L’infrazione spaventa, ma allo stesso tempo attrae, come se l’esuberanza comportasse una sorta disprezzo per la morte, che è imprescindibile non appena la regola viene spezzata… La letteratura studia il male da vicino e proprio per questo sa anche essere più severa della legge… Forse solo aprendosi al Male e contestando il Bene l’uomo può davvero considerarsi libero?
Pietro Citati rilegge a suo modo i grandi romanzi dell’Ottocento per cogliere il confine tra il bene e il male e il travaglio del suo superamento. Per scandagliare delle zona d’ombra che ci restituiscono l’affresco di un’intera epoca.

Pietro Citati, Il Male Assoluto. Nel cuore del romanzo dell’Ottocento, gli Adelphi, Adelphi, 2013.

L’ultimo inverno

George Washington Crosby ebbe le prime allucinazioni a otto giorni dalla morte. Steso sul letto d’ospedale preso a nolo, al centro del soggiorno, vide insetti che entravano e uscivano dalle crepe del soffitto. I vetri delle finestre, che un tempo aderivano perfettamente al telaio ed erano sempre puliti e brillanti, si erano scollati. Al primo soffio deciso di brezza si sarebbero staccati per piombare sulla testa dei suoi famigliari, seduti sul divano, sul sofà a due posti e sulle sedie della cucina che sua moglie aveva spostato in salone perché ognuno potesse accomodarsi. Di fronte a quel torrente in piena di vetri sarebbero scappati tutti, i nipoti del Kansas e di Atlanta, e sua sorella arrivata di fresco dalla Florida, e si sarebbe ritrovato solo, inchiodato al letto, circondato dalle schegge. Il polline e i passeri, la pioggia e gli intrepidi scoiattoli con cui aveva ingaggiato battaglie all’ultimo sangue nel tentativo di tenerli lontani dalle mangiatoie per gli uccelli avrebbero fatto irruzione dentro la casa.

George Washington Crosby è vicino alla morte e ripensa alla sua vita, fa i conti con gli enigmi del suo passato.
E’ stato un meticoloso e rispettato riparatore di orologi e ora si rivede bambino, libero di intrecciare la propria storia a quella di suo padre Howard, un uomo taciturno e sognante col cuore trasparente di un poeta di cui conosce poco o nulla.
L’ultimo inverno è una meditazione elegiaca sull’amore, sulla perdita e sulla presenza folgorante del passato che, come ci ha suggerito una volta Faulkner, non è mai morto. Non è mai veramente passato.

Paul Harding è stato allievo di Marilynne Robinson (che l’ha portato ad avvicinarsi a letture a metà tra la letteratura e la mistica) e con questo romanzo ha vinto il Pulitzer per la narrativa nel 2010. La sorpresa è stata grande perché al momento del suo riconoscimento, L’ultimo inverno era ancora un prodotto acquistabile solo in librerie indipendenti.


Paul Harding

L’ultimo inverno
(traduzione di Luca Briasco)
Neri Pozza
2012

Un’occhiata al Nocturama

Nella seconda metà degli anni Sessanta mi recavo di frequente, in parte per motivi di studio, in parte per altre ragioni a me stesso non ben chiare, dall’Inghilterra al Belgio, a volte solo per un giorno o due, a volte per parecchie settimane. Durante una di quelle puntate in Belgio che – questa era allora la mia impressione – mi portavano in terre sempre molto lontane, capitai anche, in una scintillante giornata di inizio estate, ad Anversa, città che fino a quel momento conoscevo soltanto di nome. Già all’arrivo, mentre sferragliando il treno avanzava lentamente sotto la volta buia della stazione, dopo aver attraversato un viadotto dalle strane torrette a guglia su entrambi i lati, fui subito colto da un senso di malessere che, per tutto il tempo trascorso quella volta in Belgio, non mi avrebbe più abbandonato. Ricordo ancora con quali passi incerti girovagavo in lungo e in largo nel centro della città, per la Jeruzalemstraat, la Nachtegaalstraat, la Pelikaanstraat, la Paradijsstraat, la Immerseelstraat e per molte altre vie e stradine, e come alla fine, tormentato dal mal di testa e dai cattivi pensieri, trovassi rifugio al giardino zoologico situato in Astridplein, nelle immediate vicinanze della stazione centrale. Rimasi lì seduto, finché non mi sentii un po’ meglio, su una panchina in penombra accanto a una voliera in cui svolazzavano numerosi fringuelli e lucherini dal piumaggio variopinto. Verso il tardo pomeriggio feci una passeggiata nel parco e infine entrai a dare un’occhiata al Nocturama, che era stato aperto solo da qualche mese. Ci volle parecchio prima che i miei occhi si abituassero alla semioscurità artificiale e io riuscissi a distinguere i diversi animali che, dietro le vetrate, trascorrevano quella loro vita umbratile, illuminata da uno scialbo chiarore lunare. Non ricordo più con esattezza quali animali io abbia visto quella volta nel Nocturama di Anversa. Probabilmente erano pipistrelli e iaculini, originari dell’Egitto o del deserto dei Gobi, esemplari della fauna locale come istrici, gufi e civette, opossum australiani, martore, ghiri e lemuri, che balzavano da un ramo all’altro, passavano rapidi sul terreno di sabbia giallastra o erano sul punto di sparire in un intrico di bambù. Un ricordo nitido mi è rimasto in fondo solo dell’orsetto lavatore che osservai a lungo mentre, con espressione seria, se ne stava seduto ai bordi d’un rigagnolo, continuando a lavare sempre lo stesso pezzo di mela, quasi sperasse, mediante quell’operazione che andava ben al di là di ogni ragionevole scrupolo, di poter evadere dal mondo illusorio in cui era capitato senza, per così dire, il suo personale intervento. Per il resto, degli animali alloggiati nel Nocturama, ricordo soltanto che alcuni avevano occhi straordinariamente grandi e quello sguardo fisso e indagatore, riscontrabile anche in certi pittori e filosofi i quali, per mezzo della pura intuizione e del puro pensiero, cercano di penetrare l’oscurità in cui siamo immersi.

W.G. Seebald, da Austerlitz.

Facciamoci una bella tazza di tè

“Bene” tagliò corto la signora Ramotswe. “Allora facciamoci una bella tazza di tè e studiamo il modo di affrontare il problema che ci ha sottoposto la signora Holonga l’altro giorno. Non possiamo stare tutto il tempo a parlare di uomini, dobbiamo metterci al lavoro. C’è molto da fare.”
La signorina Makutsi preparò il tè rosso e lo sorseggiarono discutendo la strategia migliore per trattare la questione dei pretendenti della signora Holonga. Il tè ovviamente ridimensionò il problema, come sempre, e dopo il primo giro, quando la signorina Makutsi prese la teiera leggermente sbreccata per riempire di nuovo le tazze, avevano ormai ben chiaro in testa cosa fare.

Alexander McCall Smith, da Il tè è sempre una soluzione.