Le parole adatte

La lettera di Abraham Lincoln all’insegnante di suo figlio scritta il suo primo giorno di scuola.

Il mio figlioletto inizia oggi la scuola: per lui, tutto sarà strano e nuovo per un po’ e desidero che sia trattato con delicatezza. È un’avventura che potrebbe portarlo ad attraversare continenti, un’avventura che, probabilmente, comprenderà guerre, tragedie e dolore. Vivere questa vita richiederà Fede, Amore e Coraggio. Quindi, maestro caro, la prego di prenderlo per mano e di insegnargli le cose che dovrà conoscere.
Gli trasferisca l’insegnamento, ma con dolcezza, se può. Gli insegni che per ogni nemico c’è un amico. Dovrà sapere che non tutti gli uomini sono giusti, che non tutti gli uomini sono sinceri. Gli faccia però anche comprendere che per ogni farabutto c’è un eroe, che per ogni politico disonesto c’è un capo pieno di dedizione.
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Il problema non è sapere molte cose

Hugo Von Hoffmannsthal, scrittore, drammaturgo e librettista austriaco vissuto tra Ottocento e Novecento, ci spiega a più riprese che in fatto di letteratura il problema non è sapere molte cose, è metterle a contatto tra loro creando, con immaginazione e spirito critico, sistemi di relazione, per stabilire rapporti nuovi.
La letteratura è punto di orientamento, costruzione dell’immaginario, dibattito di idee. Vuole anche essere un luogo in cui ci si educa al senso vivido degli individui, alla capacità di accogliere nel proprio mondo chi ancora non ne fa parte.
Perché chi ha esperienza di letterature vive indirettamente molte vite diverse, si nutre di compassione e di desiderio di giustizia e il suo giudizio di spettatore coinvolto è sensibile più di ogni altro alla complessità e all’imponderabile.

Botteghe affumicate e lucenti

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Noi eravamo contenti del nostro Quartiere. Posto al limite del centro della città, il Quartiere si estendeva fino alle prime case della periferia, là dove cominciava la via Aretina, coi suoi orti e la sua strada ferrata, le prime case borghesi, e i villini. Via Pietrapiana era la strada che tagliava diritto il Quartiere, come sezionandolo fra Santa Croce e l’Arno sulla destra, i Giardini e l’Annunziata sulla sinistra. Ma su questo versante era già un luogo signorile, isolato nel silenzio, gravitante verso San Marco e l’Università, disertato dalla gente popolana che lasciava i figli scavallare sulle proprie strade dai nomi d’angeli, di santi e di mestieri, nomi antichi di famiglie “grasse” del Trecento. Via de’ Malcontenti ne era un’arteria e un monito; via dell’Agnolo la suburra, sulla quale immetteva Borgo Allegri ove in un’età lontana un’immagine della Madonna, dipinta da un concittadino immortale, portata in processione, si degnò miracolare in mezzo al popolo, “rallegrandolo”.
Panni alle finestre, donne discinte. Ma anche povertà patita con orgoglio, affetti difesi con i denti. Operai, e più propriamente, falegnami, calzolai, maniscalchi, meccanici, mosaicisti. E bettole, botteghe affumicate e lucenti, caffè novecento.
La strada. Firenze. Quartiere di Santa Croce.

Tratto da Vasco Pratolini, Il Quartiere, edizione BUR Scrittori Contemporanei, gennaio 2012.

Niente dura, neppure i pensieri dentro di te

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Queste sono le ultime cose, scriveva. A una a una scompaiono e non ritornano più. Posso raccontarti di quelle che ho visto, di quelle che non esistono più, ma temo di non averne il tempo. Tutto sta accadendo così velocemente ora, che non riesco a tenervi dietro.
Non mi aspetto che tu capisca. Non hai mai visto niente di tutto questo, e anche se ci provassi non potresti neppure immaginarlo. Queste sono le ultime cose. Una casa un giorno è lì e il giorno dopo è sparita. Una strada lungo la quale solo ieri camminavi, oggi non esiste più. Persino il tempo è in un flusso costante. Un giorno di sole seguito da un giorno di pioggia, un giorno di neve seguito da un giorno di nebbia, il caldo e poi il freddo, il vento e poi la calma, un periodo di freddo pungente e poi oggi, nel mezzo dell’inverno, un pomeriggio di luce fragrante, caldo al punto da far sudare. Quando vivi in città impari a non dare nulla per scontato. Chiudi gli occhi per un attimo, ti giri a guardare qualcos’altro e la cosa che era dinanzi a te è sparita all’improvviso. Niente dura, vedi, neppure i pensieri dentro di te. E non devi sprecare tempo a cercarli. Quando una cosa sparisce, finisce.
Ecco come vivo, continuava la sua lettera. Mangio poco. Quel tanto che basta per tirare avanti passo dopo passo, e niente più. Talvolta mi assale la debolezza, e sento che non riuscirò a muovere il prossimo passo. Ma me la cavo. Nonostante gli sbandamenti riesco a tirare avanti. Dovresti vedere come me la cavo bene.

Paul Auster, Nel paese delle ultime cose, traduzione di Monica Sperandini, Einaudi 2003.

Chi viaggia si apre all’altro

ann02Antonio Annoni era un camminatore lento, elegante. Era uno che entrava in contatto con le terre che visitava e studiava la società attraverso lo spazio e grazie allo spazio. Un osservatore profondo che non faceva domande, ma aveva gli occhi sempre in moto a raccogliere ogni indicazione di cui aveva bisogno.
Per lui il cammino era intimità e conversazione con i luoghi, ma anche espediente per riprendere contatto con se stesso.
Camminava come se avesse timore di non riuscire a vedere tutto e detestava tutto ciò che era angusto, stretto e gretto.
Diceva —  e lo diceva spesso — che viaggiare era “cercare un nesso tra nomi e cose” ed era convinto che certi luoghi conservassero tanta memoria del loro passato.
Era convinto che al tragitto e alla tappa corrispondessero due percezioni fondamentalmente diverse dei viaggio: lo spostamento e la pausa. E “se entrambi contribuiscono a dar forma allo stesso viaggio, rispondono a logiche e a emozioni differenti. L’uno non si dà senza l’altra, ma si può preferire l’uno all’altra, e la mia preferenza va alla pausa, che è dell’ordine dell’intimità.”
Sentiva che la vera felicità era ritrovarsi —  tra viaggiatori — raccolti attorno a un fuoco e parlare, confrontarsi, dialogare.
“La vera formazione è sempre orale, poiché solo la parola orale permette il dialogo, ossia la possibilità di scoprire la verità nello scambio delle domande e delle risposte. Ciò che la parola viva scrive nelle anime è più reale e più durevole dei caratteri tracciati sul papiro o sulla pergamena.”
Fu socio della Società Geografica Italiana tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento e ricoprì diversi incarichi presso le maggiori istituzioni geografiche. Non fece viaggi in luoghi particolarmente lontani, ma si arricchì di persone nuove e vide sfilare più volte paesaggi illuminati da soli radenti.
Aveva capito che a spingerlo era la curiosità, la semplice passione di apprendere qualche segreto di vite diverse, sconosciute.
“L’importanza che siamo disposti ad attribuire ai nostri viaggi dipende dallo sguardo che gettiamo sulle nostre vite.”
Chi viaggia si apre all’altro, continuava a dire.

Un triste viaggio dal piacere al dovere

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La storia del calcio è un triste viaggio dal piacere al dovere. A mano a mano che lo sport si è fatto industria, è andato perdendo la bellezza che nasce dall’allegria di giocare per giocare. Oggi, il calcio professionistico condanna ciò che è inutile, ed è inutile ciò che non rende. E a nessuno porta guadagno quella follia che rende l’uomo bambino per un attimo, lo fa giocare come gioca il bambino con il palloncino o come gioca il gatto col gomitolo di lana: ballerino che danza con una palla leggera come il palloncino che se ne va per l’aria e come il gomitolo che rotola, giocando senza sapere di giocare, senza motivo, senza orologio e senza giudice.
Il gioco si è trasformato in spettacolo, con molti protagonisti e pochi spettatori, calcio da guardare, e lo spettacolo si è trasformato in uno degli affari più lucrosi del mondo, che non si organizza per giocare ma per impedire che si giochi. La tecnocrazia dello sport professionistico ha imposto un calcio di pura velocità e molta forza che rinuncia all’allegria, che atrofizza la fantasia e proibisce il coraggio.
Per fortuna appare ancora sui campi di gioco, sia pure molto di rado, qualche sfacciato con la faccia sporca che esce dallo spartito e commette lo sproposito di mettere a sedere tutta la squadra avversaria, l’arbitro e il pubblico delle tribune, per il puro piacere del corpo che si lancia verso l’avventura proibita della libertà.

Tratto da: Eduardo Galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio, traduzione di Pier Paolo Marchetti,  Sperling & Kupfer Editori 1997.

Parole per una città

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Vi fu un tempo in cui Lisbona non aveva questo nome. La chiamavano Olisipo, quando vi giunsero i Romani, Olissibona quando la presero i Mori, che subito la convertirono in Aschbona, forse perché non sapevano pronunciare la barbara parola.
Quando, nel 1147, dopo un assedio di tre mesi, i Mori furono vinti, il nome della città non cambiò immediatamente: se colui che sarebbe stato il nostro primo re inviò alla famiglia una lettera per annunciare l’evento, è probabile che abbia scritto in alto Aschbona, 24 ottobre, o Olissibona, ma mai Lisbona. Quando cominciò Lisbona a essere Lisbona di fatto e di diritto? Dovettero passare almeno alcuni anni prima che nascesse il nuovo nome, altrettanti perché i conquistatori Galeghi cominciassero a diventare Portoghesi.
Mi si dirà che queste minutaglie storiche interessano poco, ma a me invece interesserebbe molto non solo sapere, ma vedere, nel senso proprio del termine, come si andò trasformando Lisbona in quei giorni. Se fosse già esistito il cinema, se i vecchi cronisti fossero stati operatori, se le mille e una trasformazione che la città subì lungo questi otto secoli fossero state registrate, potremmo vedere Lisbona crescere e muoversi come un essere vivente, come quei fiori che ci mostra la televisione, che si aprono in pochi secondi, a partire dal bocciolo ancora chiuso fino allo splendore finale di forme e di colori. Credo che amerei questa Lisbona al di sopra di ogni altra cosa.
Fisicamente abitiamo uno spazio ma sentimentalmente siamo abitati da una memoria. Memoria che è quella di uno spazio e di un tempo, memoria dentro la quale viviamo, come un’isola tra due mari: uno che chiamiamo passato, l’altro che chiamiamo futuro. Possiamo navigare nel mare del passato prossimo grazie alla memoria personale che ha serbato il ricordo delle sue rotte, ma per navigare nel mare del passato remoto dovremo usare le memorie che il tempo ha accumulato, le memorie di uno spazio continuamente trasformato, fugace come il tempo stesso. Questo film di Lisbona, comprimendo il tempo ed espandendo lo spazio, sarebbe la perfetta memoria della città.
Quel che sappiamo dei luoghi è l’aver coinciso con essi per un dato tempo nello spazio che sono. Il luogo era lì, è comparsa la persona, poi la persona è partita, il luogo è continuato, il luogo aveva fatto la persona, la persona aveva trasformato il luogo.
“Quando dovetti ricreare lo spazio e il tempo di Lisbona dove Ricardo Reis avrebbe vissuto il suo ultimo anno, sapevo previamente che non sarebbero coincise le due nozioni del tempo e dello spazio: quella dell’adolescente timido che fui, chiuso nella sua condizione sociale, e quella del poeta lucido e geniale che frequentava le più alte regioni dello spirito. La mia Lisbona fu sempre quella dei quartieri poveri e quando, molto più tardi, le circostanze mi hanno portato a vivere in altri ambienti, la memoria che ho preferito serbarne è sempre stata quella dei miei primi anni, la Lisbona della gente di poco avere e di molto sentire, ancora rurale nelle abitudini e nella comprensione del mondo.
Forse non è possibile parlare di una città senza citare alcune date notevoli della sua esistenza storica. Qui, parlando di Lisbona, ne è stata menzionata una sola, quella del suo inizio portoghese: non sarà un peccato di glorificazione particolarmente grave… Lo sarebbe, invece, cedere a quella specie di esaltazione patriottica che, in mancanza di nemici reali sui quali far ricadere il proprio supposto potere, cerca stimoli facili all’evocazione retorica. Le retoriche commemorative, pur non essendo necessariamente un male, implicano tuttavia un senso di autocompiacimento che porta a confondere le parole con gli atti, quando non le colloca nel posto che solo a essi spetterebbe.
Quel giorno di ottobre, l’allora appena nato Portogallo fece un grande passo avanti, e fu così risoluto che Lisbona non fu mai più perduta. Ma non permettiamoci la napoleonica vanità di esclamare: «Dall’alto di quel castello ottocento anni ci guardano» – e applaudirci poi l’un l’altro per essere durati tanto… Pensiamo piuttosto che del sangue versato da una parte e dall’altra è fatto il sangue che abbiamo nelle vene, noi, gli eredi di questa città, figli di cristiani e di mori, di neri e di giudei, di indi e di gialli, insomma, di tutte le razze e fedi che si dicono buone, di tutte le razze e fedi che sono definite cattive. Lasciamo nell’ironica pace dei tumuli quelle menti traviate che, in un passato non lontano, inventarono per i portoghesi un «giorno della razza», e rivendichiamo il magnifico meticciato non solo di sangue, ma soprattutto di culture, che fondò il Portogallo e lo ha fatto durare fino a oggi.
Lisbona si è trasformata negli ultimi anni, è stata capace di risvegliare nella coscienza dei suoi cittadini l’energia per quel rinnovamento che l’ha strappata al marasma in cui era caduta. In nome della modernizzazione si alzano muri di cemento sulle antiche pietre, si sconvolgono i profili delle colline, si alterano i panorami, si modificano le visuali. Ma lo spirito di Lisbona sopravvive, ed è lo spirito che fa eterne le città. Trascinato da quel folle amore e da quel divino entusiasmo che abitano nei poeti, Camões un giorno scrisse, parlando di Lisbona: «Città che delle altre è agevolmente principessa». Perdoniamogli l’esagerazione. Ci basta che Lisbona sia semplicemente quel che deve essere: colta, moderna, pulita, organizzata – senza perdere nulla della sua anima. E se tutti questi pregi finiranno con il farne una principessa, che sia. Nella repubblica che noi siamo, regine così saranno sempre le benvenute.

Tratto da: José Saramago, Il Quaderno: Testi scritti per il blog. Settembre 2008 – marzo 2009, traduzione di Giulia Lanciani, Bollati Boringhieri editore 2009.