False piste

20 aprile 2015

Davy Clancy non era un uomo di mare, anzi, sotto sotto il mare gli metteva paura, eppure eccolo lì, in quella bella mattina d’estate, in procinto di prendere il largo su una barca che a lui pareva un grosso giocattolo complicato. Dicevano tutti che era il giorno perfetto per stare in acqua. Non dicevano che era il giorno perfetto per uscire in barca o per spiegare le vele. No: il giorno perfetto per stare in acqua, come fosse il loro motto o qualcosa del genere. Ed erano tutti così allegri e dinamici; i loro sorrisi compiaciuti gli mettevano i brividi. Diversamente da lui, quegli uomini raggrinziti dal vento con i berretti a visiera, i calzoncini beige e i pullover informi giocavano ai vecchi lupi di mare con cognizione di causa, per non dire delle mogli cotte dal sole con le loro voci squillanti: lupe d’alto bordo, pensò, con un guizzo di cupo sarcasmo. Si sentiva fuori posto, tra quei velisti provetti e il loro aplomb; lui lo sapeva e lo sapevano anche loro, il che li costringeva a essere ancor più cordiali nei suoi confronti, per quanto Davy cogliesse benissimo i loro sguardi, l’allegro disprezzo che balenava nelle loro espressioni.

BFPConosciuto e apprezzato per lo stile virtuosistico, l’ironia barocca e l’occhio pittorico, John Banville scrive in modo splendido creando personaggi di notevole profondità che vanno oltre il “genere”.
La qualità della sua scrittura infatti è superiore a qualsiasi altro romanzo poliziesco e in questo testo ne abbiamo un esempio formidabile.

Qui in False piste tra i protagonisti c’è Victor Delahaye, un importante imprenditore irlandese (e uno dei cittadini più in vista del paese) che decide di fare una gita in mare con Davy Clancy, giovane figlio del suo socio. Una volta al largo, secondo quanto racconterà il ragazzo, Victor prende una pistola e si spara.
Tra le varie indagini nell’alta società londinese e la morte altrettanto misteriosa (pochi giorni dopo) del padre di Victor, Jack, non sarà facile per l’ispettore Hackett e per il medico legale Quirke sbrogliare l’intricata matassa gremita di false piste (appunto!).

John Banville, False piste, Narratori della Fenice, Guanda 2015.

Curzio

16 aprile 2015

Il paesaggio di Lipari era selvaggio e bello. In certe giornate, dalla finestra della sua stanza Curzio riusciva a scorgere con chiarezza le coste della Calabria protese verso la Sicilia, la rupe di Scilla e la gobba di Cariddi, ma le emozioni che ne ricavava non lo eccitavano. Nello stato d’animo in cui si trovava, delle bellezze naturali non gli importava niente. Era arrivato a odiare la natura, che nell’isola sembrava amplificare i suoi aspri incantesimi e raddoppiava il carico dei suoi venti. Tramontana e Greco entravano in mare dai monti della Calabria in un modo strano: prima con un mormorio di foglie e poi con uno strepito di rami schiantati. I cosiddetti elementi naturali gli tormentavano in modo insopportabile i polmoni, che i gas respirati nella battaglia di Bligny contro le Sturmtruppen, nel ’18, avevano ridotto a una spugna marcia. Per quante settimane era stato obbligato a rimanere a letto, umiliato da una febbre umida che gli toglieva le forze?

cmCurzio Malaparte è personaggio complesso. Intellettuale d’intervento, in apparenza è tutto e il contrario di tutto e, come un camaleonte, ha portato ovunque il suo sarcasmo, il suo gusto del paradosso, la sua battuta indecente di atipico toscanaccio.
Si definiva un “arcitaliano” e faceva solo quello che più gli conveniva. E’ sempre stato al centro dell’itinerario culturale e letterario del nostro Paese, anche negli anni del ventennio e nel complicato periodo del dopoguerra.
E’ il raffinato scrittore, che l’Italia ha per certi versi dimenticato, soprattutto per ragioni politiche.
La storia raccontata in questo libro comincia quando Malaparte è al confino a Lipari (un luogo chiave nella sua biografia), condannato per aver cospirato contro il regime fascista. Vive in una casa affacciata sul porto di Marina Corta, lungo la salita San Giuseppe e si dedica soprattutto alla scrittura, all’amore per Flaminia e a Febo, un cane che ha salvato dalla vita randagia e che poi lascerà l’isola con lui.
Qui vede come un toro imprigionato, tradito da Mussolini e dal partito. Eppure è in questa prigionia (“dalla mia finestra vedo, azzurre in lontananza, l’alta rupe di Scilla e la gobba di Cariddi. il sole nasce dietro Scilla. ecco uno spunto di cui terrò nota: questo mio sole ironico che ogni mattina mi guarda stringendo l’occhio, di dietro la rupe di Scilla…”) che sperimenterà l’autentica libertà di pensiero e di espressione.
“M’è caro ormai l’esilio, mi son care ormai quest’alte rupi e queste rive gialle di zolfo e di ginestre…”

Osvaldo Guerrieri, Curzio, Bloom, Neri Pozza 2015.

Cardellini della pioggia

9 aprile 2015

Quella donna perde crepuscoli
e albe
come si perde un fiume nella sete.

La gazzella passò veloce e se qualcosa di lei rimane
è un’immagine che il tempo scolora.
La fragilità avanza inesorabile come una sentenza
per queste ossa di cristallo che sorreggono
l’ombra
di essere che fu e declina.
Effimera fu la vita dei gigli blu e la grazia audace
e ondulante
dei suoi lunghi capelli.

Come sono lontani il cortile del suo regno
e l’acqua che coronò la sua risata
nel prurito della sua carne
sul grembo dell’erba.

Dolcezza che più non torna.

 

cslpSono versi poderosi e allo stesso tempo esili e delicati. Immagini chiare di pensieri e di ferite, paesaggi interiori che destano nel lettore una profonda risonanza emotiva.
Carmen Yáñez viene “da una tana di sogni” e “prende sul serio un mestiere sciocco” sviluppando (come “delirio sull’orlo dell’abisso/ che finge davanti alla luce”) riflessioni importanti, testi innervati da brucianti intuizioni esistenziali ed etiche in cui contenuto e forma appaiono inscindibili.
Il suo è un itinerario altamente significativo che merita di essere conosciuto, letto e riletto. Un itinerario speciale in grado di frugarti dentro come una memoria forte come “quercia, legno massiccio”, come “ceppi accesi che crepitano nel fuoco del camino”…

Carmen Yáñez, Cardellini della pioggia, traduzione di Roberta Bovaia, Quaderni della Fenice, Guanda 2015.

Massa e potere

30 marzo 2015

Nulla l’uomo teme di più che essere toccato dall’ignoto. Vogliamo vedere ciò che si protende dietro di noi: vogliamo conoscerlo o almeno classificarlo. Dovunque, l’uomo evita d’essere toccato da ciò che gli è estraneo. Di notte o in qualsiasi tenebra il timore suscitato dall’essere toccati inaspettatamente può crescere fino al panico. Neppure i vestiti garantiscono sufficiente sicurezza; è talmente facile strapparli, e penetrare fino alla carne nuda, liscia, indifesa dell’aggredito.

mepMassa e potere è il libro ossessione di Elias Canetti. Un libro difficilmente classificabile riconosciuto tra i capolavori letterari del Novecento che è, insieme, testimonianza e narrazione storica, studio sociologico e saggio antropologico.
Canetti inizia a scriverlo a vent’anni, nel 1925, e lo conclude nel 1960.
Vuole afferrare il Novecento alla gola raccontandolo nei suoi eccessi, tentando di capire di quali sono e come si manifestano le costanti del potere sulla vita umana Pensa che scriverne non è solo raccontarne le terribili e assurde violenze e sostituisce la storia con il mito perché per lui la storia è un luogo di morte in cui si esplicitano tutti i rituali del potere.
Massa e potere esprimono un dualismo profondo, lo stesso dualismo che si può trovare tra vita e morte: da una parte la massa, cioè la molteplicità, la metamorfosi, la vita e, dall’altra, il potere, cioè l’unità, l’identità, la morte.
L’analisi di Canetti parte da una descrizione della massa e del potere nel mondo animale. Scrive del mondo animale, ma intende smascherare l’individuo e la sua supposta umanità, vuole privarlo della sua razionalità mettendo in luce similitudini tra uomini e animali.
I totalitarismi per lui sono solo uno degli effetti di quel feroce processo di settorializzazione delle attività e di specializzazione ossessiva che la modernità cerca di raggiungere: quel processo di burocratizzazione che colloca l’uomo in un ruolo freddo e vuoto, riducendolo a una macchina specializzata in un compito. Una macchina formale e abulica rinchiusa in catena di montaggio e (purtroppo) di comando.
Con la sua scrittura rovescerà almeno due secoli della cultura occidentale – volti a valorizzare l’individuo, l’individualità, la sua autonomia – a favore di un aspetto che l’Occidente ha da sempre svalutato come fenomeno involutivo e folle: la massa.

Elias Canetti, Massa e potere, traduzione di Furio Jesi, Gli Adelphi, Adelphi 2015.

A proposito di Čechov

30 marzo 2015

A proposito di ČechovSembra il tentativo incompiuto di una biografia, ma anche un saggio letterario. È più verosimilmente una raccolta di ricordi scritta da uno scrittore che incontra un’altro scrittore più vecchio di dieci anni. La storia di un’amicizia rara e profonda che commuove.
È un libro unico nel suo genere, questo A proposito di Čechov. Un libro-specchio che ci restituisce l’immagine di due scrittori-fratelli, uniti da straordinarie affinità elettive. Un libro importante e complesso in cui Čechov, pagina dopo pagina, appare ogni volta diverso nella sua dimensione quotidiana e in cui Bunin inconsciamente ci svela, tra le righe, i tratti della sua personalità, le sue angosce di scrittore e le sue paure nei confronti della vita e della morte.
“Continuo a credere che nonostante il posto di primo piano che già occupava in letteratura, Čechov non si rendesse conto del proprio valore… Negli ultimi tempi sognava spesso a voce alta: «Mi piacerebbe essere un vagabondo, un pellegrino in visita ai luoghi santi, fermarmi in un monastero tra i boschi, una sera d’estate, in riva a un lago, sedermi su una panchina accanto all’ingresso…». ”
Leggere queste pagine invoglia alla scoperta di due tra i più grandi nomi della letteratura russa e fa capire come la letteratura sia vita nel segno del puro spirito, sia farsi personaggio tra i personaggi.

Ivan Bunin, A proposito di Čechov, traduzione di Claudia Zonghetti, Piccola Biblioteca Adelphi, Adelphi 2015.

Aforismi per Marie-Louise

13 marzo 2015

Tre o quattro volte al giorno stringeva cordialmente la mano a se stesso, anziché ai visitatori che non arrivavano mai, e ogni volta era a sé che portava sorprendenti novità.

acElias Canetti comincia a dedicarsi ai suoi quaderni di appunti nel 1942 quando è esule in Inghilterra. Appunta idee su un quadernetto con grafia blu per staccare la mente (a guisa di «valvola di sfogo») dall’ostico e gravoso lavoro su Massa e Potere. Li regalerà, in seguito, alla bella aristocratica Marie-Louise von Motesiczky come pegno d’amicizia.
Col passar degli anni scrivere aforismi diventerà sempre più importante. La sua acutezza di pensiero lo annovera tra i più grandi autori tedeschi di aforismi. Si ricollega alla tradizione di Lichtenberg e Novalis, di Schopenhauer e Nietzsche, così come alla scuola dei moralisti francesi, in particolare a Pascal e a La Rochefoucauld, ma anche a Montaigne.
La sua è una scrittura realistica come poche. Scrive sempre e soltanto per combattere la morte, lo ribadisce più volte. Declina in nuove varietà sia l’aforisma tradizionale che il frammento e spesso trascende la classica polarità della massima spezzando la forma, per ricavarne nuove, sorprendenti asserzioni.

Elias Canetti, Aforismi per Marie-Louise, traduzione di Ada Vigliani, Piccola Biblioteca Adelphi, Adelphi 2015.

Cianfrusaglie del passato

12 marzo 2015

Wislawa Szymborska non amava l’invadenza, neppure postuma. Non ha mai voluto avere una biografia esteriore: ha sempre pensato che tutto quello che aveva da dire sul proprio conto fosse contenuto nelle sue poesie. Quando le fu assegnato il Nobel, i giornalisti che la attorniavano si sentirono dire che la vincitrice non rispondeva volentieri a domande riguardanti la sua vita e non capiva le persone che dispensano confidenze su tutto. Quali riserve interiori restano loro? Riteneva infatti, e lo ha ribadito in più occasioni, che parlare di sé comporti un impoverimento interiore. «Confidarsi in pubblico è come perdere l’anima. Qualcosa bisogna pur tenere per sé»

cianfrusagliePrima di vincere il Nobel, a settantatré anni, Wislawa Szymborska non aveva rilasciato che una decina di interviste perlopiù brevi. È chiaro quindi che il suo profilo biografico ufficiale nei vari dizionari enciclopedici sia ancora oggi piuttosto scarno.
Grazie a Anna Bikont e Joanna Szczęsna ora sappiamo come Wislawa ammirasse la pittura di Vermeer e come non sopportasse il gioco del Monopoli, ma anche come non amasse la confusione e non disdegnasse la visione di film dell’orrore, che visitasse con piacere i musei archeologici e non riuscisse a immaginare come qualcuno potesse non avere nella propria biblioteca domestica Il Circolo Pickwick di Dickens. Veniamo inoltre a sapere del suo grande amore per Michel de Montaigne, ma anche della poca simpatia per Napoleone e di quanto apprezzasse la pignoleria. Ci dicono anche le sue due biografe che la Szymborska scriveva in posizione semidistesa e che era un’appassionata di indici, note, citazioni, rimandi, sommari e bibliografie, che di tanto in tanto andava all’Opera e che nutriva simpatia per uccelli, cani, gatti e per la natura in genere. E poi che un tempo era stata innamorata di Sherlock Holmes e che tra i suoi registi preferiti annoverava Federico Fellini, ma anche che era un’ammiratrice di Ella Fitzgerald, su cui avrebbe voluto comporre una poesia, ma ne era venuto fuori solo un elzeviro.

Anna Bikont-Joanna Szczęsna, Cianfrusaglie del passato, La vita di Wisława Szymborska, a cura di Andrea Ceccherelli, La collana dei casi, Adelphi 2015.


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 115 follower