Aforismi per Marie-Louise

13 marzo 2015

Tre o quattro volte al giorno stringeva cordialmente la mano a se stesso, anziché ai visitatori che non arrivavano mai, e ogni volta era a sé che portava sorprendenti novità.

acElias Canetti comincia a dedicarsi ai suoi quaderni di appunti nel 1942 quando è esule in Inghilterra. Appunta idee su un quadernetto con grafia blu per staccare la mente (a guisa di «valvola di sfogo») dall’ostico e gravoso lavoro su Massa e Potere. Li regalerà, in seguito, alla bella aristocratica Marie-Louise von Motesiczky come pegno d’amicizia.
Col passar degli anni scrivere aforismi diventerà sempre più importante. La sua acutezza di pensiero lo annovera tra i più grandi autori tedeschi di aforismi. Si ricollega alla tradizione di Lichtenberg e Novalis, di Schopenhauer e Nietzsche, così come alla scuola dei moralisti francesi, in particolare a Pascal e a La Rochefoucauld, ma anche a Montaigne.
La sua è una scrittura realistica come poche. Scrive sempre e soltanto per combattere la morte, lo ribadisce più volte. Declina in nuove varietà sia l’aforisma tradizionale che il frammento e spesso trascende la classica polarità della massima spezzando la forma, per ricavarne nuove, sorprendenti asserzioni.

Elias Canetti, Aforismi per Marie-Louise, traduzione di Ada Vigliani, Piccola Biblioteca Adelphi, Adelphi 2015.

Cianfrusaglie del passato

12 marzo 2015

Wislawa Szymborska non amava l’invadenza, neppure postuma. Non ha mai voluto avere una biografia esteriore: ha sempre pensato che tutto quello che aveva da dire sul proprio conto fosse contenuto nelle sue poesie. Quando le fu assegnato il Nobel, i giornalisti che la attorniavano si sentirono dire che la vincitrice non rispondeva volentieri a domande riguardanti la sua vita e non capiva le persone che dispensano confidenze su tutto. Quali riserve interiori restano loro? Riteneva infatti, e lo ha ribadito in più occasioni, che parlare di sé comporti un impoverimento interiore. «Confidarsi in pubblico è come perdere l’anima. Qualcosa bisogna pur tenere per sé»

cianfrusagliePrima di vincere il Nobel, a settantatré anni, Wislawa Szymborska non aveva rilasciato che una decina di interviste perlopiù brevi. È chiaro quindi che il suo profilo biografico ufficiale nei vari dizionari enciclopedici sia ancora oggi piuttosto scarno.
Grazie a Anna Bikont e Joanna Szczęsna ora sappiamo come Wislawa ammirasse la pittura di Vermeer e come non sopportasse il gioco del Monopoli, ma anche come non amasse la confusione e non disdegnasse la visione di film dell’orrore, che visitasse con piacere i musei archeologici e non riuscisse a immaginare come qualcuno potesse non avere nella propria biblioteca domestica Il Circolo Pickwick di Dickens. Veniamo inoltre a sapere del suo grande amore per Michel de Montaigne, ma anche della poca simpatia per Napoleone e di quanto apprezzasse la pignoleria. Ci dicono anche le sue due biografe che la Szymborska scriveva in posizione semidistesa e che era un’appassionata di indici, note, citazioni, rimandi, sommari e bibliografie, che di tanto in tanto andava all’Opera e che nutriva simpatia per uccelli, cani, gatti e per la natura in genere. E poi che un tempo era stata innamorata di Sherlock Holmes e che tra i suoi registi preferiti annoverava Federico Fellini, ma anche che era un’ammiratrice di Ella Fitzgerald, su cui avrebbe voluto comporre una poesia, ma ne era venuto fuori solo un elzeviro.

Anna Bikont-Joanna Szczęsna, Cianfrusaglie del passato, La vita di Wisława Szymborska, a cura di Andrea Ceccherelli, La collana dei casi, Adelphi 2015.

La perfetta felicità

20 febbraio 2015

Solchiamo il fiume nero, la superficie levigata come pietra. Non una nave, né una barca a remi, non una lacrima di bianco. L’acqua si increspa, spazzata dal vento. Questo grande estuario è ampio, sconfinato. L’acqua è salmastra, blu per il freddo. Il fiume scorre sotto di noi, indistinto. Gli uccelli marini rimangono sospesi, volteggiano, scompaiono. Siamo un bagliore nel grande fiume, un segno del passato. Ci lasciamo alle spalle le profondità, il fondale illividisce la superficie, corriamo dove l’acqua è più bassa, le barche tirate in secco per l’inverno, i moli desolati, E sulle ali, come i gabbiani, ci libriamo, viriamo, ci voltiamo a guardare. Il giorno è bianco come un foglio di carta. Le finestre sono gelate. Le cave rimangono vuote, le miniere d’argento allagate. Qui l’Hudson è vasto, vasto e immobile. Un luogo oscuro, un luogo di storioni e di carpe. In autunno le salacche lo inargentano. Le oche lo sorvolano nelle loro formazioni a V, lunghe e fluttuanti. Dall’oceano arriva la marea.

 

James Salter, la perfetta felicitàUn romanzo che è un gioiello in quanto a sottigliezza poetica (Salter è uno stilista della parola, ai livelli di Cheever o Updike). Impeccabile, ricco, intelligente, maturo, con personaggi intensi e credibili. Come Revolutionary Road di Yates, tratta della fine di un matrimonio nella moderna periferia di New York e in certi momenti è come un pugno allo stomaco tanto è ricco di parole, di idee, di emozioni e di immagini che fa quasi male leggere. Le frasi sono brusche, brevi, minime, e ogni parola scivola quando la scrittura rallenta il proprio flusso.
C’è, tra le pagine, una profonda e stupefacente oscurità che si nasconde sotto la superficie, una superficie che sorprende e perde molto presto la capacità di mascherare e nascondere.

James Salter, La perfetta felicità, traduzione di Katia Bagnoli, Guanda 2015.

La Famiglia Karnowski

19 febbraio 2015

I Karnowski della Grande Polonia erano noti per il loro carattere testardo e provocatore, ma allo stesso tempo stimati per la vasta erudizione e l’intelligenza penetrante. La genialità era inscritta nelle alte fronti da studioso e negli occhi profondi e inquieti, neri come il carbone. Ostinazione e sfida si leggevano sui nasi forti e sproporzionati che spiccavano beffardi e arroganti nei loro volti scarni: poche confidenze! È per via di questa testardaggine che nessuno in famiglia era diventato rabbino, anche se non sarebbe stato difficile, e tutti avevano intrapreso la via del commercio. Per lo più trattavano legname, e conducevano zattere di tronchi sulla Vistola, spesso fino a Danzica. Nelle baracche costruite per loro dagli zatterieri sui tronchi galleggianti, si portavano pile di volumi del Talmud e altri testi sacri che studiavano con passione. Sempre a causa del loro carattere, non erano devoti di nessun rabbino hassidico e, accanto alla dottrina talmudica, coltivavano anche l’interesse per argomenti profani come la matematica e la filosofia e leggevano perfino libri in tedesco, stampati in aguzzi caratteri gotici.

 

La Famiglia KarnowskiLa Famiglia Karnowski di Israel Joshua Singer è un romanzo-mondo costellato di personaggi indimenticabili.
Una tematica su tutte è l’antisemitismo europeo nelle sue diverse forme e sfumature.
La Famiglia Karnowski è un’affascinante e drammatica rappresentazione di tre generazioni ebree: dalla natìa, tradizionale Polonia di fine Ottocento alla moderna Berlino e fino alla New York della salvezza e dell’esilio; alla perenne ricerca di un equilibrio da realizzarsi tra identità e assimilazione.
La lettura è scorrevole, coinvolgente, anche perché inserita in un ambito storico ben preciso; infatti il volume è pure un prezioso documento di notevole valore storico.
Il romanzo è suddiviso in tre parti, ciascuna dedicata a un personaggio della famiglia attorno a cui ruotano le storie: prima David poi Georg e Jegor.
Superbo l’incipit che ci fa conoscere i Karnowski della grande Polonia, commercianti di legname studiosi di Talmud e di altri sacri testi, ma anche di materie profane come la filosofia e la matematica, oltre che grandi lettori di libri in lingua tedesca. Personaggi liberi, ben consapevoli delle loro qualità, ai quali sta stretto l’ambiente religioso e ultratradizionale dello shtetl di Melnitz.

Israel Joshua Singer, La Famiglia Karnowski, traduzione di Anna Linda Callow, Biblioteca Adelphi, Adelphi 2014.

Nel giardino della musica

18 febbraio 2015

Milano, 27 gennaio 2014
Lunedì, giorno della Memoria. La memoria di un popolo perseguitato, scandalo infinito del Novecento. Ma anche la memoria di un uomo che se n’è andato sette giorni fa. Claudio Abbado, direttore d’orchestra, cittadino milanese. L’appuntamento in piazza della Scala è per le 18, ma Milano arriva molto prima. Già da un’ora, forse di più, lo spazio tra il Piermarini e Palazzo Marino è pieno zeppo di persone, sempre più vicine, sempre più strette nel commiato a un artista che, pur se lontano da troppo tempo, era e resta uno di loro. Perché qui era nato, aveva studiato, aveva guidato a lungo quel teatro sim-bolo della città, specchio della sua storia. E da qui se n’era andato. Per tante ragioni, complesse ma anche semplici, in quella città prima così amata lui non si riconosceva più. Come tanti altri milanesi.

 

abbClaudio Abbado ha sette anni quando, nel loggione del Teatro alla Scala, i Nocturnes di Debussy diretti da Antonio Guarnieri gli fanno fare una promessa. Ne ha trentacinque quando diventa direttore artistico della Scala e ne ha cinquantasei quando da Herbert von Karajan raccoglie il testimone dei Berliner Philharmoniker. La sua è una carriera radiosa e magnifica fatta di musica, viaggi, curiosità, impegno: dagli esordi nella Milano degli anni Sessanta, tra utopie e contestazioni di piazza, ai 90.000 alberi chiesti nel 2010 al posto del cachet per tornare nella sua città; dal podio del Concerto di Capodanno con i Wiener a quello del concerto di compleanno di Fidel Castro a Cuba; dal rilancio del Festival di Lucerna alla creazione dell’Orchestra Mozart a Bologna. Tutto questo malgrado la malattia, accolta come una nuova opportunità per voltare pagina e ricominciare da capo.
Colpisce non poco il suo valoroso messaggio di difesa della natura. Confessava, Abbado, di sentirsi, in fondo al cuore, un giardiniere, “un giardiniere prestato alle note”.

Giuseppina Manin, Nel giardino della musica. Claudio Abbado: la vita, l’arte, l’impegno, collana Piccola biblioteca Guanda, Guanda 2015.

Diario di Oaxaca

13 febbraio 2015

Eccomi dunque in viaggio per Oaxaca, dove insieme ad altri appassionati di botanica trascorrerò una settimana alla ricerca di rare specie di felci, felice di lasciarmi alle spalle il freddo inverno newyorkese. Già sull’aereo (un volo dell’AeroMéxico) si respira un’atmosfera completamente diversa. Appena decollati tutti si alzano, incuranti delle spie luminose ancora accese: c’è chi chiacchiera nei corridoi, chi comincia ad aprire le borse con le cibarie, qualche mamma allatta il suo bebè, dando improvvisamente vita a scene tipiche di un mercato o di un caffè messicani. Appena messo piede sull’aereo ci si sente già in Messico. E la stessa sensazione che ho provato qualche volta sui voli italiani o spagnoli, ma in questo caso è più intensa, con quell’atmosfera di fiesta e allegria che mi circonda.

II mio vicino mi chiede il motivo del mio viaggio in Messico. Gli spiego che faccio parte di un gruppo di appassionati di botanica diretti a Oaxaca, nel Sud del paese. Siamo in parecchi su questo volo da New York, e ci ritroveremo con gli altri a Città del Messico. Quando gli dico che si tratta del mio primo viaggio in Messico, incomincia a parlare con toni entusiastici del paese e mi presta la sua guida. Devo assolutamente andare a vedere, mi dice, l’enorme albero di Oaxaca, vecchio di migliaia di anni, un vero fenomeno della natura. Gli confesso di conoscerlo già in fotografia, fin da bambino, e che è una delle attrazioni che mi hanno spinto a questo viaggio a Oaxaca.

Diario di OaxacaOliver Sacks ha sempre avuto un debole per certi diari di storia naturale del diciannovesimo secolo come L’arcipelago malese di Wallace, The Naturalist on the River Amazons di Bates, Notes of a Botanist di Spruce o Viaggio alle regioni equinoziali del Nuovo Continente di Humboldt. Quello che lo ha da sempre affascinato è l’idea che i percorsi di questi tre straordinari divulgatori della scienza si siano incrociati e che tutti e tre hanno trascorso un periodo nella stessa zona della foresta amazzonica.
Sacks è colpito da come, in un certo senso, tutti e tre erano dei dilettanti, degli autodidatti entusiasti e puri, spinti dalla semplice passione e non appartenenti a nessuna istituzione.
È stata “quest’atmosfera professionale discreta, incontaminata, governata dal piacere dell’avventura e della conoscenza, piuttosto che dall’egoismo e dall’ambizione sfrenata”, che ha attirato Sacks per la prima volta verso l’American Fern Society e lo ha spinto, all’inizio del 2000, a condividere l’esperienza di un viaggio di ricerca nell’affascinante regione di Oaxaca, in Messico.
“Ed è stato il desiderio di esplorare quell’atmosfera che mi ha spronato a tenere questo diario.”

Oliver Sacks, Diario di Oaxaca, traduzione di Maurizio Migliaccio, Biblioteca Adelphi, Adelphi 2015.

Il filo d’oro

5 febbraio 2015

scrittIn un certo senso, questo libro di Ewan Clayton, è una grande storia della pratica artigianale della parola scritta. Un’idea d’altri tempi che però ci può aiutare a vedere il mondo della cultura in un modo differente e nuovo.
Il nostro rapporto con la parola scritta è in realtà molto giovane.
La scrittura è diventata un’esperienza condivisa solo nell’ultimo secolo. Tuttavia è proprio negli ultimi decenni che i giovani hanno sviluppato una loro autonoma cultura della grafica. La scrittura a mano con la sua raffinatezza unica può avere davanti a sé un futuro luminoso, può continuare a vivere, magari trasformandosi.
Chi leggerà questo splendido libro capirà in che modo la scrittura è arrivata a essere ciò che è. Scoprirà forme di arte e cultura, oltre a un vasto e importante campo della storia culturale ricco di spunti. Si renderà pian piano conto che la qualità artigianale della scrittura a mano e della tipografia possono davvero essere per tutti noi una sorta di rivelazione salvifica.

Ewan Clayton, Il filo d’oro, traduzione di Benedetta Antonelli D’Ouix, Bollati Boringhieri 2014.


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