Leggere Viktor Frankl

Leggere Viktor Frankl è qualcosa che potremo definire un’esperienza di rivelazione. Qualcosa di unico in grado di farci scoprire i nostri lati migliori.
Ne “L’uomo in cerca di sé” ognuno di noi può trovare un proprio riflesso non di ciò che siamo stati, ma di quello che potremo diventare malgrado gli “urti” della vita, opponendoci al destino, dominandolo dall’interno. 
Viktor Frankl venne deportato a Theresienstadt, in Boemia, nel settembre del 1942. Fu poi trasferito ad Auschwitz, a Kaufering III e quindi a Türkheim. Sopravvisse, ma perse le persone più care.
Ritornò a vivere a Vienna e in soli sette giorni dettò le sue memorie che diventarono un libro straordinario tradotto in ventiquattro lingue. Un documento umano di eccezionale valore, il cui successo non è dovuto tanto all’oggetto del discorso, quanto alla singolare prospettiva con cui determinati argomenti vengono affrontati e al profondo messaggio trasmesso, ovvero: la vita vale la pena di essere vissuta in qualunque situazione e l’essere umano è capace, anche nelle peggiori condizioni, di “mutare una tragedia personale in un trionfo”.
Proprio questo aspetto costituisce uno dei motivi dell’attualità dello scritto di Frankl. Uno scritto che, pur narrando i tragici eventi a cui si riferisce, li trascende per incentrarsi sull’esplorazione della natura umana e delle sue potenzialità.

Ascoltare con il cuore

Solo ascoltando con il cuore si può capire la forza che possono avere certe parole in grado di curare
Leggo Rainer Maria Rilke nella prima delle sue Elegie duinesi dedicate agli angeli e a temi come l’identità di vita e morte, momenti dello stesso processo del divenire in un’eterna metamorfosi…

Voci, voci. Ascolta, mio cuore, come solo
i santi sapevano ascoltare: loro che l’enorme
chiamata

sollevava da terra, ma loro restavano in ginocchio,
impossibili, senza badare:
così loro ascoltavano. Non che
di Dio tu potresti
sostenere la voce, lungi da ciò. Ascolta, invece, ciò
che spira

come un soffio, l’incessante messaggio che nasce
dal silenzio.

Sono parole importanti, multiformi, composite, eterogenee.
Saper ascoltare è premessa che rende possibile trovare ascolto. Lo conferma – lo scrive Rilke – l’esperienza dei santi che hanno trovato la loro più grande forza proprio votandosi all’immenso silenzio.
E poi è nella ‘verginità’ dell’udito che ogni senso si fa nuovo. Solo così l’ascoltare può diventare sapore, vista, tatto, olfatto…

La Scuola di Storia delle tradizioni popolari

La penisola salentina, tra il mar Adriatico e lo Ionio rappresenta storicamente un punto d’arrivo e di partenza per chi, attraverso la Puglia, ha viaggiato (e viaggia-viaggerà) verso Oriente.
Nel tempo, in questi splendidi luoghi, si sono prodotti e sovrapposti numerosi itinerari e si sono insediate diverse (per lingua e cultura) comunità.
In Salento è nato qualcosa di unico e speciale: la Scuola Estiva di Storia delle Tradizioni Popolari, un’organizzazione benemerita che propone strumenti utili a comprendere la multiforme natura del Tacco d’Italia attraverso laboratori, escursioni, visite, degustazioni, momenti ludici.
La Scuola Estiva di Storia delle Tradizioni Popolari si dipana in una settimana articolandosi soprattutto in due fasi della giornata: in mattinata seminari teorici approfonditi tenuti da specialisti, nei pomeriggi laboratori ed escursioni; il programma prevede anche una serata di festa e momenti di spettacolo, narrativi, di informazione, con la partecipazione di operatori culturali, testimoni, ospiti.

Giuseppe Pontiggia e Damasco

Sento importante la consuetudine di mettermi a riascoltare vecchie trasmissioni radiofoniche dedicate alla letteratura. Ho in archivio migliaia di podcast — alcuni dei quali anche piuttosto datati — che ogni tanto riprendo per mano risentendo con emozione certe parole che scavano in profondità.
C’è una trasmissione di Radio Tre del 2002 che puntualmente riascolto ed è Damasco, un programma in cui diverse personalità del mondo della cultura parlavano dei libri significativi per la loro formazione. Tra tutte queste mi soffermo allora su Giuseppe Pontiggia e sulle puntate che lo straordinario Peppo ha dedicato agli amatissimi Hemingway, Kafka, Svevo, Cechov e Joyce.
È in questi momenti che riesco a concentrarmi su una voce che ascolto come si ascolta un torrente di montagna in una notte immòta.
Allora ascolto e imparo. Sposto lo sguardo e osservo dettagli prima mai notati.

Torre d’angolo

Montaigne trascorse la maggior parte del tempo della sua vita nella torre d’angolo del suo castello.
«A casa mia mi ritiro sempre più spesso nella mia biblioteca, da dove comodamente governo la mia casa. È di forma rotonda con un solo lato dritto, che mi serve per la mia tavola e la mia sedia, e curvandosi viene ad offrirmi, in un colpo d‟occhio, tutti i miei libri, schierati su cinque file tutt’attorno. Ha tre finestre di ampia e libera prospettiva, e sei passi di diametro. D’inverno ci sto meno di continuo; di fatto la mia casa è appollaiata su un‟altura, e non c’è stanza più esposta al vento di questa». Continua a leggere “Torre d’angolo”