Il defunto odiava i pettegolezzi

29 luglio 2015

«Pravda », 15 aprile 1930:
«In questo numero:
«Inghilterra. A Bradford scioperano tutte le imprese industriali, nelle altre regioni l’80 per cento.
«India. Lo sciopero dei ferrovieri continua con immutata fermezza.
«Editoriale. Rafforzare la gestione delle imprese industriali.
«Pag. 2. Massima attenzione al funzionamento dei trasporti.
«Pag. 3. Per la soia e il mais!
«Pag. 4. Il motivo dei contrasti fra Komsomol e Commissariato del popolo per l’istruzione».
«Pag. 5. È morto Vladimir Majakovskij».

Pag. 5: «Ieri, 14 aprile, alle 10.15 del mattino, il poeta Vladimir Majakovskij si è tolto la vita nel proprio studio. Come ha riferito al nostro inviato l’inquirente I. Syrcov, le indagini preliminari dimostrano che il suicidio è stato causato da motivi di natura privata che nulla hanno a che vedere con l’attività pubblica e letteraria del poeta.
Prima del suicidio il poeta ha sofferto di una grave malattia, dalla quale non si era mai completamente ripreso».

idoipÈ il 14 aprile del 1930. In un istante tutta la scena sembra toccata dalla morte. Pare di udire ancora il silenzio totale in cui si spengono tutti i rumori della notte e Majakovskij è morto tanto che davanti a lui proviamo uno stupore che si fa sempre più intenso.
Giace su un fianco Majakovskij, il poeta gigante cantore della rivoluzione d’Ottobre. Ha la testa rivolta verso la parete, il lenzuolo fino al mento, la bocca semiaperta, come uno che si è appena addormentato.
Ha lasciato una lettera di commiato. Ha scritto di non incolpare nessuno “e, per favore, niente pettegolezzi”.

Serena Vitale mette a confronto stralci di corrispondenza, memorie, disegni e fotografie indagando con delicatezza sulle ragioni e la dinamica del suicidio del poeta bardo del bolscevismo.
Non è la cronaca di un’inchiesta, ma molto di più. Le sue sono parole importanti che appassionano e ci fanno riscoprire un pezzo importante, fondamentale, della storia russa.

Serena Vitale, Il defunto odiava i pettegolezzi, Fabula, Adelphi 2015.

Il viaggio di Felicia

22 luglio 2015

ivdfWilliam Trevor possiede una naturale facilità a narrare. Per lui, la scrittura è qualcosa di misterioso, inspiegabile, di quasi mistico. Un processo creativo assolutamente istintivo, delicato e persistente, come una pioggia irlandese.
Una profonda malinconia pervade i suoi paesaggi immaginari.
La sconfitta, la delusione, il senso di colpa, la solitudine e il dolore segreto. Ogni volta succede qualcosa che cambia radicalmente una vita…

Trevor ambienta Il viaggio di Felicia nell’Inghilterra delle Midlands, in un paesaggio post industriale, malmesso e fatiscente.
Felicia è la sfortunata eroina del romanzo. Una dolce e triste orfana che ha abbandonato la sua città natale in Irlanda per andarsene in Inghilterra in cerca di Johnny, il fidanzatino padre del bambino che porta in grembo.
Tutto ciò a cui si aggrappa, a parte i suoi due onnipresenti sacchetti di plastica, è la voce che il suo piccolo amore sta lavorando in una fabbrica di tosaerba vicino a Birmingham di cui non ha indirizzo.
Felicia gira per la città sperando di incontrarlo e non bada alle voci che sente in paese. Non pensa neanche per un attimo che il suo Johnny si sia “venduto al nemico” o che sia entrato nell’esercito britannico. Per lei, con un bisnonno morto nella guerra d’indipendenza irlandese, è qualcosa di inconcepibile…

William Trevor, Il viaggio di Felicia, traduzione di Laura Pignatti, Le Bussole, Guanda 2015.

Dalle Porte di Ferro al Monte Athos

20 luglio 2015

A Orşova ritornava il Danubio. In quel punto era largo quasi un chilometro e meno, ma subito a occidente ribolliva fra i mulinelli della stretta gola del Kazan — il «Calderone» —, che misura appena centocinquanta metri. Da quando mi ero lasciato alle spalle Budapest, questo fiume insaziabile si era rimpinzato delle acque della Bava, della Drava, del Tibisco, del Maros, della Morava, e di tutta una serie di tributari meno noti. Poco dopo Orşova, al centro del fiume, la piccola isola di Ada Kaleh divideva la corrente. La fila di tetti di legno dell’isola, impennacchiata di pioppi e gelsi, era rotta all’improvviso da una bassa cupola e da un minareto, e per le strade vagavano curiosi personaggi in costume ottomano; l’isola infatti era rimasta etnicamente turca, unico frammento superstite in Europa centrale, al di fuori delle moderne frontiere della Turchia, di quell’immenso impero che era stato fermato e poi costretto ad arretrare solo davanti alle porte di Vienna. Le montagne basse e scoscese sulla sponda opposta appartenevano alla Iugoslavia.

lsiCerti capolavori incompiuti sono appassionanti, inafferrabili, ti aprono la mente e un po’ ti cambiano.
La strada interrotta è una sorta di libro sospeso e fa parte di una trilogia (con Tempo di regali e Fra i boschi e l’acqua) che è un caso unico fra i libri di viaggio del Novecento.
I primi due libri Fermor li rievoca a distanza di quaranta e cinquant’anni (in com­pleta assenza di diari e tac­cuini) raccontando lo  straordinario viaggio di uno studente diciottenne che nel 1933 parte da Hoek van Holland per raggiungere a piedi Costantinopoli.
Fermor rievoca il suo viaggio in età matura, ma non riuscirà a con­clu­dere la revi­sione del terzo mano­scritto. Arriverà a scrivere fino alle Porte di Ferro del Danubio, vicino al punto in cui converge la frontiera rumeno-bulgara, a ottocento chilometri dall’odierna Istanbul.
Solo nel 2013, due anni dopo la sua morte, è gra­zie a un com­plesso lavoro di siste­ma­zione del mate­riale super­stite che Colin Thu­bron (tra i più importanti, attuali scrittori di viaggio viventi, presidente della Royal Society of Literature) e Arte­mis Coo­per riescono a portarci il tas­sello man­cante della tri­lo­gia.
“I lettori pazienti ne hanno dedotto che l’autore dovesse essere stato vittima di un blocco dello scrittore, causato dai difetti della memoria o dallo sforzo di eguagliare il suo stesso impareggiabile stile. Ma nel 2011, alla sua morte, Fermor ha lasciato un manoscritto della narrazione conclusiva che lo aveva tormentato per così tanti anni con le sue imperfezioni e la sua elusività. Non è mai riuscito a completarla come avrebbe voluto. I motivi sono incerti. Il problema era oscuro persino per lui, e La strada interrotta lo risolve solo parzialmente. Il fascino del libro risiede non solo nella (quasi) conclusione della sua epopea giovanile, ma nella luce che getta sul metodo creativo di quest’uomo brillante e molto riservato.”

Patrick Leigh Fermor, La strada interrotta – Dalle Porte di Ferro al Monte Athos, traduzione di Jacopo M. Colucci, Biblioteca Adelphi, Adelphi 2015.

La seduzione dell’avventura

17 luglio 2015

Ci sono palpiti dell’anima che il tempo che passa, gli anni che lasciano segni sulla pelle e ancor più nello spirito, non possono cancellare. Anzi, se possibile, in qualche caso il volgere dei fogli del calendario più che far dimenticare riesce solo ad accrescere questi sentimenti, con il compimento di una strana trasformazione, una mutazione irrazionale, il cui risultato finale è un turbamento dello spirito di dimensioni maggiori dell’emozione iniziale. Non bastano nemmeno i traguardi raggiunti di un’appagante serenità familiare o di una posizione sociale stabile e sicura per spegnere quel fuoco.

lsdaas

Ci sono piccoli libri che danno piccole scosse e ti fanno riscoprire il valore di una parola o rivedere un’immagine che credevi persa. Piccoli libri dal fraseggio delicato che danno pace e sicurezza interiore, spianano le rughe dello spirito.

Alberto Sciamplicotti, La seduzione dell’avventura, Ediciclo editore 2014.

Uno che passa di qui

15 luglio 2015

ucpdqUna ragazza si innamora di un attore radiofonico per la sua voce e per il suo talento, ma si allontanerà in breve tempo da lui. Una coppia decide di dare nuova linfa al loro rapporto e va in Kenya, ma entrambi vivranno nuove storie con nuovi partner… E poi dialoghi sorprendenti, avventure fra le calli e i ponti di Venezia lungo il Canal Grande e persino un incontro di boxe col mitico Monzòn.
Uno che passa di qui è la raccolta di undici racconti in cui Cortazar gioca con vari stili di scrittura costruendo personaggi dalla natura completamente diversa.
È il libro ideale per esplorare l’opera di questo straordinario narratore e prendere confidenza con il suo particolarissimo stile letterario e la sua immaginazione privilegiata.
Un vero piacere da leggere. Come visitare una casa enorme piena di cassetti strani e misteriosi in cui puoi solo curiosare…

Julio Cortázar, Uno che passa di qui, traduzione di Flaviarosa Nicoletti Rossini, Le Fenici, Guanda 2015.

Il ritorno di un re

9 luglio 2015

Si ritiene comunemente che la fondazione del moderno Stato dell’Afghanistan, nel 1747, debba essere attribuita al nonno di Shah Shuja, Ahmad Shah Abdali. La sua famiglia, originaria di Multan nel Punjab, era per antica tradizione al servizio dei Moghul. Non era dunque del tutto fuori luogo che il suo potere gli derivasse in parte dall’e-norme forziere di gemme moghul che il razziatore persiano Nadir Shah aveva saccheggiato dal Forte Rosso di Delhi sessant’anni prima; Ahmad Shah se ne impossessò un’ora dopo l’assassinio di Nadir Shah.
Avendo messo quella fortuna al servizio della sua cavalleria, Ahmad Shah non perse mai neppure una battaglia, ma alla fine fu sconfitto da un nemico più implacabile di qualsiasi esercito. La sua faccia fu divorata da quella che le fonti afghane chiamano “un’ulcera cancrenosa” – forse lebbra, o un qualche tipo di tumore. All’apice del potere, quando, dopo otto spedizioni successive nelle pianure dell’India settentrionale, riuscì finalmente a schiacciare l’intera cavalleria dei maratha nella battaglia di Panipat del 1761, la malattia gli aveva già consumato il naso, e usava una protesi tempestata di diamanti. Mentre il suo esercito cresceva fino a diventare un’orda di centoventimila soldati e il suo impero si espandeva, il tumore faceva altrettanto, devastandogli il cervello, estendendosi al petto e alla gola, inabilitandogli le membra. Andò in cerca di cure nei santuari sufi, ma in nessun luogo trovò la guarigione cui anelava. Nel 1772, disperando di ristabilirsi, si mise a letto, e, nelle parole di uno storico afghano, “le foglie e i frutti della sua palma da dattero caddero al suolo, ed egli tornò lì donde era venuto”.

IRDRMalgrado la sua lunga storia, l’Afghanistan è stato solo per periodi molto brevi un’unità politica o amministrativa. Spesso è stato solo una terra di mezzo. Una contesa e frastagliata distesa di montagne, deserti e pianure alluvionali.
In altri tempi le sue province sono state belligeranti periferie di grandi rivali in guerra tra loro. Solo poche volte le sue diverse parti si sono riunite insieme come una specie di stato unitario. “Tutto aveva sempre cospirato contro la nascita di un tale Stato, a partire dalla geografia e dalla topografia della regione, e in particolar modo l’enorme scheletro roccioso dell’Hindu Kush, con la nera breccia delle sue chine aspre e speriate che si staglia contro il bianco delle cime innevate scolpite nel ghiaccio, dividendo in due il paese come le costole dì un’immensa gabbia toracica di pietra.”

Il ritorno di un re è un libro-viaggio dove la bellezza è a portata di mano, pronta ad offrirsi a chi la chiede e in cui le porte sono immense, intarsiate di pietre preziose, i castelli sono vasti come città, i padiglioni d’oro e d’argento, la ghiaia è di crisoliti, perle e giacinti.
Un viaggio-fiume in cui gli uomini sono come dei bambini, che assistono ad uno spettacolo di marionette. Un cammino-peregrinazione straniante che Dalrymple ci racconta in modo unico.

William Dalrymple, Il ritorno di un re, traduzione di Svevo D’Onofrio, L’oceano delle storie, Adelphi 2015.

«Se mi vede Cecchi, sono fritto»

6 luglio 2015

SMVCSFCarlo Emilio Gadda e Goffredo Parise diventano amici e vicini di casa a Roma nel 1961. Gadda vede il giovane Parise «un intelligente e un geniale, anche come osservatore e interprete, certo un po’ pazzo-a-freddo in direzione pittorica e talora un tantino o un tantone surreale, ma molto più vivo e vitale del surrealismo alquanto gelido e congegnato di Landolfi… è un surreale d’impeto immediato e spontaneo».
La loro amicizia non è fondata sulla letteratura o sulle reciproche letture, ma nasce spontanea e gratuita. Uno già avanti con gli anni e tormentato da una ”orrenda solitudine”; l’altro, poco più che trentenne, è già affermato, ma annoiato da questo suo stato.

Gadda confida a Parise l’affanno per le continue e vessatorie richieste di lavoro, di dichiarazioni, di saggi e di opinioni, di fastidi che non mancano mai e di certi momenti in cui perde il controllo dei suoi nervi e scrive qualche letteraccia, che poi peggiora quasi sempre le cose…
Parise lo porta in giro per Roma a bordo di una spider biposto inglese prendendolo in giro in modo affettuoso, ma con una «profonda, alta ammirazione». Gli dedicherà quattro indimenticabili scritti che, con queste straordinarie lettere, documentano una tra le più inattese e appassionate amicizie del Novecento.
Un’amicizia intellettuale tra due grandi e acuti scrittori che hanno nutrito un’illimitata passione per il narrare.

Carlo Emilio Gadda, Goffredo Parise, «Se mi vede Cecchi, sono fritto» – Corrispondenza e scritti 1962-1973, a cura di Domenico Scarpa, Piccola Biblioteca, Adelphi 2015.


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