Fino a Salgarèda

18 agosto 2015

fasSilvio Perrella con la sua scrittura piena di energia conoscitiva ha interrogato la vita di Goffredo Parise e ne ha tratto una splendida indagine critica o “saggio-romanzo” (come l’ha definito Raffaele La Capria) che per il modo con cui è stato costruito continua a rigenerarsi sotto gli occhi ammirati dei lettori.
È un piccolo libro costruito con grande sensibilità (abbandonandosi al testo, senza un’idea precisa) su cinque capitoli, cinque luoghi che sono stati parte della scrittura di Parise: Venezia, Milano, New York, Roma e, appunto, Salgarèda, Luoghi che, secondo Perrella, spiegano tutto l’universo di un Parise nomade, irrequieto, desideroso di costruirsi una casa, ma continuamente alla ricerca di altri luoghi.
Ci sono tanti modi di essere nomadi e quello di Parise può essere definito una sorta di nomadismo stanziale. Muoversi nello spazio e nella geografia visibile del mondo vuol dire anche animarsi.
Goffredo Parise si muove e va lontano, ma ha quasi sempre in mente il punto da cui è partito. La sua vita espressiva, vista col senno di poi, ha avuto un movimento vorticoso, circolare, tondeggiante. Da Vicenza – dov’era nato nel 1929 – torna, dopo varie tappe, nel Trevigiano, prima a Salgarèda e poi a Ponte di Piave. Una specie di crescendo, una spirale archimedea.
Silvio Perrella ha cercato di rappresentare tutti questi movimenti remoti, facendoli diventare la struttura stessa del libro.

Silvio Perrella, Fino a Salgarèda, Biblioteca Neri Pozza, Neri Pozza 2015.

Storia della pioggia

13 agosto 2015

Più viveva in questo mondo, più mio padre si convinceva che ce ne fosse un altro a venire. Non che per lui il mondo non si potesse salvare, anche se credo che lo pensasse nei momenti cupi; piuttosto immaginava che ce ne sarebbe stato uno migliore, dove Dio aveva corretto i propri errori e gli uomini e le donne vivevano la seconda stesura della Creazione, liberi dal dolore. Mio padre portava su di sé il fardello di un’ambizione smisurata: avrebbe voluto che tutte le cose fossero migliori di com’erano, partendo da lui stesso e arrivando al mondo intero. Forse perché era un poeta. Forse ogni poeta è condannato all’insoddisfazione. Dev’essere per colpa della luce che li abbaglia. Non l’ho ancora capito. Non so se il tempo arrugginisce o lucida l’anima dell’uomo, se è vero che è meglio guardare in alto piuttosto che in basso.
Noi siamo la nostra storia, la raccontiamo per rimanere vivi o mantenere in vita quelli che raccontiamo. L’io narrante e il narrato sono così evanescenti. Almeno per me.

sdpLa scrittura di Niall Williams è intensa, poetica e illuminante. Uno sguardo diretto sul volto delle cose che vede la bellezza anche nella deformazione più profonda e ci fa capire quanto il potere curativo della fantasia sia importante nella vita di ogni giorno.

Ruth Swain ha diciannove anni ed è costretta a passare sue giornate a letto in una mansarda di una fattoria irlandese, sotto la pioggia, nel “posto che spetta all’io narrante, fra questo è l’altro mondo”.
È ossuta, Ruth, e forse ha capito il vero valore delle cose e delle persone. Ha un viso affilato, delle labbra sottili, una pelle incapace di abbronzarsi ed è convinta che leggere poesie ad alta voce aiuti gli esseri umani a essere migliori.
Ha letto così tanti romanzi del diciannovesimo secolo già prima dei quindici anni che forse è diventata boriosa, “affetta dalla Sindrome della Ragazza Saputella, portatrice di opinioni e buoni voti, studentessa dell’inglese puro, matricola del Trinity Collage di Dublino”.

Ruth ha tre demoni sul suo cammino: la perdita di suo fratello gemello Aeney, la morte di suo padre, il poeta, e la malattia del sangue di cui soffre. Li affronta grazie alla letteratura, ai suoi personaggi, ai suoi luoghi, alle sue situazioni e alle sue case, ai suoi sentimenti e alle cose che, decennio dopo decennio, possono ricostruire un mondo la cui mappa imperfetta contiene il movimento del tempo e la cruda bellezza di ogni vita.
“Noi siamo la nostra storia”, dice Ruth, e “la raccontiamo per rimanere vivi o mantenere in vita quelli che raccontiamo”.

Niall Williams, Storia della pioggia, traduzione di Massimo Ortelio, Bloom, Neri Pozza 2015.

Il defunto odiava i pettegolezzi

29 luglio 2015

«Pravda », 15 aprile 1930:
«In questo numero:
«Inghilterra. A Bradford scioperano tutte le imprese industriali, nelle altre regioni l’80 per cento.
«India. Lo sciopero dei ferrovieri continua con immutata fermezza.
«Editoriale. Rafforzare la gestione delle imprese industriali.
«Pag. 2. Massima attenzione al funzionamento dei trasporti.
«Pag. 3. Per la soia e il mais!
«Pag. 4. Il motivo dei contrasti fra Komsomol e Commissariato del popolo per l’istruzione».
«Pag. 5. È morto Vladimir Majakovskij».

Pag. 5: «Ieri, 14 aprile, alle 10.15 del mattino, il poeta Vladimir Majakovskij si è tolto la vita nel proprio studio. Come ha riferito al nostro inviato l’inquirente I. Syrcov, le indagini preliminari dimostrano che il suicidio è stato causato da motivi di natura privata che nulla hanno a che vedere con l’attività pubblica e letteraria del poeta.
Prima del suicidio il poeta ha sofferto di una grave malattia, dalla quale non si era mai completamente ripreso».

idoipÈ il 14 aprile del 1930. In un istante tutta la scena sembra toccata dalla morte. Pare di udire ancora il silenzio totale in cui si spengono tutti i rumori della notte e Majakovskij è morto tanto che davanti a lui proviamo uno stupore che si fa sempre più intenso.
Giace su un fianco Majakovskij, il poeta gigante cantore della rivoluzione d’Ottobre. Ha la testa rivolta verso la parete, il lenzuolo fino al mento, la bocca semiaperta, come uno che si è appena addormentato.
Ha lasciato una lettera di commiato. Ha scritto di non incolpare nessuno “e, per favore, niente pettegolezzi”.

Serena Vitale mette a confronto stralci di corrispondenza, memorie, disegni e fotografie indagando con delicatezza sulle ragioni e la dinamica del suicidio del poeta bardo del bolscevismo.
Non è la cronaca di un’inchiesta, ma molto di più. Le sue sono parole importanti che appassionano e ci fanno riscoprire un pezzo importante, fondamentale, della storia russa.

Serena Vitale, Il defunto odiava i pettegolezzi, Fabula, Adelphi 2015.

Il viaggio di Felicia

22 luglio 2015

ivdfWilliam Trevor possiede una naturale facilità a narrare. Per lui, la scrittura è qualcosa di misterioso, inspiegabile, di quasi mistico. Un processo creativo assolutamente istintivo, delicato e persistente, come una pioggia irlandese.
Una profonda malinconia pervade i suoi paesaggi immaginari.
La sconfitta, la delusione, il senso di colpa, la solitudine e il dolore segreto. Ogni volta succede qualcosa che cambia radicalmente una vita…

Trevor ambienta Il viaggio di Felicia nell’Inghilterra delle Midlands, in un paesaggio post industriale, malmesso e fatiscente.
Felicia è la sfortunata eroina del romanzo. Una dolce e triste orfana che ha abbandonato la sua città natale in Irlanda per andarsene in Inghilterra in cerca di Johnny, il fidanzatino padre del bambino che porta in grembo.
Tutto ciò a cui si aggrappa, a parte i suoi due onnipresenti sacchetti di plastica, è la voce che il suo piccolo amore sta lavorando in una fabbrica di tosaerba vicino a Birmingham di cui non ha indirizzo.
Felicia gira per la città sperando di incontrarlo e non bada alle voci che sente in paese. Non pensa neanche per un attimo che il suo Johnny si sia “venduto al nemico” o che sia entrato nell’esercito britannico. Per lei, con un bisnonno morto nella guerra d’indipendenza irlandese, è qualcosa di inconcepibile…

William Trevor, Il viaggio di Felicia, traduzione di Laura Pignatti, Le Bussole, Guanda 2015.

Dalle Porte di Ferro al Monte Athos

20 luglio 2015

A Orşova ritornava il Danubio. In quel punto era largo quasi un chilometro e meno, ma subito a occidente ribolliva fra i mulinelli della stretta gola del Kazan — il «Calderone» —, che misura appena centocinquanta metri. Da quando mi ero lasciato alle spalle Budapest, questo fiume insaziabile si era rimpinzato delle acque della Bava, della Drava, del Tibisco, del Maros, della Morava, e di tutta una serie di tributari meno noti. Poco dopo Orşova, al centro del fiume, la piccola isola di Ada Kaleh divideva la corrente. La fila di tetti di legno dell’isola, impennacchiata di pioppi e gelsi, era rotta all’improvviso da una bassa cupola e da un minareto, e per le strade vagavano curiosi personaggi in costume ottomano; l’isola infatti era rimasta etnicamente turca, unico frammento superstite in Europa centrale, al di fuori delle moderne frontiere della Turchia, di quell’immenso impero che era stato fermato e poi costretto ad arretrare solo davanti alle porte di Vienna. Le montagne basse e scoscese sulla sponda opposta appartenevano alla Iugoslavia.

lsiCerti capolavori incompiuti sono appassionanti, inafferrabili, ti aprono la mente e un po’ ti cambiano.
La strada interrotta è una sorta di libro sospeso e fa parte di una trilogia (con Tempo di regali e Fra i boschi e l’acqua) che è un caso unico fra i libri di viaggio del Novecento.
I primi due libri Fermor li rievoca a distanza di quaranta e cinquant’anni (in com­pleta assenza di diari e tac­cuini) raccontando lo  straordinario viaggio di uno studente diciottenne che nel 1933 parte da Hoek van Holland per raggiungere a piedi Costantinopoli.
Fermor rievoca il suo viaggio in età matura, ma non riuscirà a con­clu­dere la revi­sione del terzo mano­scritto. Arriverà a scrivere fino alle Porte di Ferro del Danubio, vicino al punto in cui converge la frontiera rumeno-bulgara, a ottocento chilometri dall’odierna Istanbul.
Solo nel 2013, due anni dopo la sua morte, è gra­zie a un com­plesso lavoro di siste­ma­zione del mate­riale super­stite che Colin Thu­bron (tra i più importanti, attuali scrittori di viaggio viventi, presidente della Royal Society of Literature) e Arte­mis Coo­per riescono a portarci il tas­sello man­cante della tri­lo­gia.
“I lettori pazienti ne hanno dedotto che l’autore dovesse essere stato vittima di un blocco dello scrittore, causato dai difetti della memoria o dallo sforzo di eguagliare il suo stesso impareggiabile stile. Ma nel 2011, alla sua morte, Fermor ha lasciato un manoscritto della narrazione conclusiva che lo aveva tormentato per così tanti anni con le sue imperfezioni e la sua elusività. Non è mai riuscito a completarla come avrebbe voluto. I motivi sono incerti. Il problema era oscuro persino per lui, e La strada interrotta lo risolve solo parzialmente. Il fascino del libro risiede non solo nella (quasi) conclusione della sua epopea giovanile, ma nella luce che getta sul metodo creativo di quest’uomo brillante e molto riservato.”

Patrick Leigh Fermor, La strada interrotta – Dalle Porte di Ferro al Monte Athos, traduzione di Jacopo M. Colucci, Biblioteca Adelphi, Adelphi 2015.

La seduzione dell’avventura

17 luglio 2015

Ci sono palpiti dell’anima che il tempo che passa, gli anni che lasciano segni sulla pelle e ancor più nello spirito, non possono cancellare. Anzi, se possibile, in qualche caso il volgere dei fogli del calendario più che far dimenticare riesce solo ad accrescere questi sentimenti, con il compimento di una strana trasformazione, una mutazione irrazionale, il cui risultato finale è un turbamento dello spirito di dimensioni maggiori dell’emozione iniziale. Non bastano nemmeno i traguardi raggiunti di un’appagante serenità familiare o di una posizione sociale stabile e sicura per spegnere quel fuoco.

lsdaas

Ci sono piccoli libri che danno piccole scosse e ti fanno riscoprire il valore di una parola o rivedere un’immagine che credevi persa. Piccoli libri dal fraseggio delicato che danno pace e sicurezza interiore, spianano le rughe dello spirito.

Alberto Sciamplicotti, La seduzione dell’avventura, Ediciclo editore 2014.

Uno che passa di qui

15 luglio 2015

ucpdqUna ragazza si innamora di un attore radiofonico per la sua voce e per il suo talento, ma si allontanerà in breve tempo da lui. Una coppia decide di dare nuova linfa al loro rapporto e va in Kenya, ma entrambi vivranno nuove storie con nuovi partner… E poi dialoghi sorprendenti, avventure fra le calli e i ponti di Venezia lungo il Canal Grande e persino un incontro di boxe col mitico Monzòn.
Uno che passa di qui è la raccolta di undici racconti in cui Cortazar gioca con vari stili di scrittura costruendo personaggi dalla natura completamente diversa.
È il libro ideale per esplorare l’opera di questo straordinario narratore e prendere confidenza con il suo particolarissimo stile letterario e la sua immaginazione privilegiata.
Un vero piacere da leggere. Come visitare una casa enorme piena di cassetti strani e misteriosi in cui puoi solo curiosare…

Julio Cortázar, Uno che passa di qui, traduzione di Flaviarosa Nicoletti Rossini, Le Fenici, Guanda 2015.


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