Come in ogni altro campo, così per l’arredamento gli uomini si dividono in due classi, anzi addirittura in due razze, direbbe Charles Lamb. Come ci sono i belli e i brutti, i buoni e i cattivi, gli statici e i dinamici, gli allegri e i melanconici, i loquaci e i taciturni, i prodighi e gli avari, e infinite sfumature intermedie, e le più strambe combinazioni di opposti. Per il Lamb tutte le più svariate classificazioni si ridurrebbero alla diversità originaria di «uomini che pigliano a prestito e uomini che danno in prestito». lo mi azzarderei a proporre una distinzione originaria ancor più fondamentale: uomini che tengono alla casa e uomini che non ci tengono affatto. Naturalmente, anche qui, le solite sfumature intermedie: uomini che ci tengono un poco, o così così, o in certe fasi soltanto della loro vita: uomini che mostrano qualche interesse per i mobili soltanto quando metton su casa per il matrimonio, e una volta fatta quella spesaccia, non se ne occupan più (e forse costoro, inorridiamo a pensarci, son la maggioranza). Vi sono alcuni del tutto insensibili a ciò che li circonda, altri che si adattano, e magari provan gusto a vivere in ambienti che i più giudicherebbero intollerabili. Confesso che mi riesce estremamente difficile capire l’animo degli uomini incuranti delle cose e della casa.
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Pietro Citati spiega bene come la mente di Mario Praz fosse la più estesa e smisurata tra quelle dei saggisti italiani del secolo scorso. Una mente affollata di sensazioni, di sentimenti, di conoscenze, di oggetti. Una mente ricca di tanti aspetti, tante facce, tante luci, tante ombre, tanti colori.
La curiosità di Mario Praz non aveva limiti e quando nel 1964 pubblica questa sua storia dell’arredamento da Roma ai giorni nostri lo fa in un modo unico, appassionato, innovativo. Come un erudito secentesco, aveva letto intere biblioteche e tutte queste letture gremivano fino all’orlo la sua mente fornendogli ogni associazione possibile. Forse per questo riesce a farci entrare nelle case del passato restituendoci tutta la forza espressiva e la vitalità di quegli ambienti.
Mario Praz, La filosofia dell’arredamento, Biblioteca della Fenice, Guanda, 2012.
A diciannove anni Irma Voth vive in una comunità mennonita nella regione semi desertica del Chihuahua messicano. Sono passati sei anni da quando la sua famiglia ha lasciato il Canada per sfuggire agli occhi indiscreti del governo e preservare la propria libertà religiosa, ma a Irma manca ancora la sua piccola città canadese. Le manca il freddo, ma non solo quello.
Vorrei qui oggi riportare una porzione di testo molto significativo del professor Luciano Zampese (tratto da Italianistica, Rivista di letteratura italiana, Anno XXXVIII, N. 1, Gennaio-Aprile 2009) sullo stile sottile e raffinato di Luigi Meneghello, scrittore molto amato dai suoi lettori per la sua eleganza, la forza, il brio della scrittura, per la bizzarria del racconto.
Col termine “intertestualità” Julia Kristeva introduce nel linguaggio critico una vera novità che non sta tanto nel termine in sé, ma nel nuovo modo di guardare e di concepire la letteratura. Siamo nel 1967 e l’ambiente è quello nouvelle critique.







