Antropop – La tribù globale

29 luglio 2014

duccioDuccio Canestrini ci presenta l’antropologia culturale in un modo creativo e illuminante forse perché ha avuto in sorte il dono gioioso dello scriver chiaro.
Il mondo, oggi e da sempre, è una perenne mutevolezza, un gioco di crescere e decrescere, colmarsi e vuotarsi, finire e ricominciare.
L’antropologia culturale può farci capire il significato di alcuni cambiamenti in atto e in questo libro si spiega che niente e nessuno a questo mondo è libero da influenze e, nel caso qualcuno lo fosse, questo qualcuno qualche problemino lo avrebbe.
“La metafora della muraglia, dell’argine, della barriera non ha mai retto per quanto riguarda le culture. Le connessioni sono virali e i virus mutano.”
L’antropologia, se si sa leggere, è qui, davanti a noi, ubiqua e onnipresente.
L’antropologia oggi è pop quando si parla di cultura popolare e quindi di fumetti, di cinema, di social network, di oggettistica o di usi e costumi. E’ pop perché è popolare, conosciuta, quindi per tutti. Perché è in grado di leggere fatti e fenomeni attualissimi e diversi fra loro. Perché c’è qualcosa di più della realtà che possiamo vedere, sapere, esplorare.

Duccio Canestrini, Antropop – La tribù globale, Bollati Boringhieri 2014.

La vita segreta dei semi

22 luglio 2014

Quello che Mendel scoprì nel suo giardino fu che, quando fecondava i fiori di una pianta nata da un pisello rugoso con polline prelevato da una pianta cresciuta da un seme liscio, otteneva esclusivamente piselli lisci. Invertendo il procedimento, cioè impollinando una pianta nata da un seme liscio con polline prelevato da una pianta originata da uno rugoso, il risultato non cambiava: tutti piselli lisci. Il carattere rugoso era scomparso e quei piselli erano uguali, proprio come i due fratellini nel baccello del vecchio detto. Tuttavia, le cose cambiavano del tutto quando i semi prodotti dal primo incrocio venivano cresciuti e poi fecondati con il loro stesso polline. I semi che se ne ottenevano erano una mescolanza di lisci e rugosi in un rapporto molto preciso: uno rugoso ogni tre lisci. La straordinarietà di questo risultato era che un carattere (la forma rugosa) sparito dalla progenie del primo incrocio era poi ricomparso in quella dell’incrocio successivo. Sembrava proprio uno di quei giochi di prestigio dove un oggetto scompare nel nulla per poi ricomparire tra gli svolazzi di un fazzoletto di seta. Ma dov’erano finiti i piselli rugosi? Il segreto dell’illusionista sta nella destrezza della mano, e Mendel concluse che anche la natura doveva ricorrere a un trucco del genere, facendo scomparire il tratto rugoso. Ipotizzò che dovesse esistere un qualche fattore ereditario che governava la forma del seme: poteva essere trasmesso restando nascosto, per poi riaffiorare in una generazione successiva. Trovando prove scientifiche di questo fattore ereditario, Mendel aveva di fatto scoperto il gene, sebbene il termine sarebbe stato coniato soltanto quarant’anni dopo.

semiI semi, dentro di sé, hanno straordinarie capacità e possono trasformarsi in piante in grado di dare i frutti più disparati. Hanno un grande potere metaforico e due vite: “quella vera, in natura, e quella riflessa nello specchio della letteratura e dell’immaginario”.
La storia di semi può essere definita una sorta di racconto sull’evoluzione. Un racconto interessantissimo e avvincente pieno zeppo di domande.
Sui semi la scienza ha svelato tanto, ma ci sono ancora, com’è ovvio, tanti misteri da capire e risolvere. Silvertown ce lo spiega in modo magistrale in questo suo libro.
“Buon seme dà buoni frutti” dice un famoso proverbio. “Saper vedere le cose racchiuse nel seme, ecco dove sta il genio”, scrisse un giorno Lao-tsu e “Albero: l’esplosione lentissima di un seme” ha scritto Bruno Munari nel 1992.

Jonathan Silvertown, La vita segreta dei semi, traduzione di Daria Restani, Bollati Boringhieri 2014.

Alla fine del sonno

15 luglio 2014

Willem Frederik HermansAlfred Issendorf ha venticinque anni anni ed è un geologo in carriera e in ricerca. Parte per una spedizione nell’estremo nord della Norvegia con il suo amico norvegese Arne e altri due geologi norvegesi, ma non ha la giusta attrezzatura e non è addestrato a camminare. In più è ansioso, scettico, ambizioso, goffo, immaturo e impreparato a livello mentale per un viaggio di questo tipo.
Insomma, tutto (o quasi) va storto, ma Alfred è convinto che qualcosa di grande lo attende e che il suo nome sarà legato a un importante fatto scientifico…

Un libro di sorprendente attualità, Alla fine del sonno. Un vero romanzo di formazione che affronta temi importanti come la ricerca della sicurezza e dell’ordine, e come la mancanza di comunicazione e di… sonno (che nel romanzo è allo stesso tempo simbolo di vita e di morte).
La storia è del 1966, ma potrebbe tranquillamente essere una storia di oggi perché è credibile, molto attuale.
Ciò che rende il libro così bello, però, sono le straordinarie descrizioni del paesaggio norvegese. Leggendolo ho subito avuto la tentazione di viaggiare verso nord…

WF Hermans nasce il primo settembre 1921 ad Amsterdam. Studia geografia fisica all’Università comunale di Amsterdam nel 1958 e viene nominato docente presso l’Università di Groningen. Nel 1973 si dimette e diventa scrittore a tempo pieno trasferendosi a Parigi. Gli ultimi anni della sua vita li trascorre a Bruxelles, dove terminerà la sua corsa il 27 aprile 1995.
Alla fine del sonno è uno dei classici della letteratura olandese. Hermans è considerato uno dei più grandi scrittori europei del dopoguerra.

Willem Frederik Hermans, Alla fine del sonno, traduzione di Claudia Di Palermo, Fabula, Adelphi 2014.

Il cucchiaino scomparso

14 luglio 2014

Come molte altre caratteristiche delle società moderne (tra cui ad esempio la democrazia, la filosofia e il teatro), anche la guerra chimica ha le sue origini nell’antica Grecia. Durante l’assedio di Atene, nel V secolo a.C., gli Spartani si ingegnarono a far capitolare gli ostinati rivali con la tecnologia chimica più avanzata dell’epoca: il fumo. Alcuni soldati avanzarono di soppiatto fin sotto le mura portando fascine di legna immerse nella pece e in un fetido composto solforoso; appiccarono il fuoco e poi attesero che gli Ateniesi fuggissero in preda a una tosse tormentosa, lasciando loro campo libero. Una tattica apparentemente brillante e innocua quanto quella del cavallo di Troia, ma non funzionò. Il fumo avvolse sì Atene, ma la città non si piegò di fronte a quella bomba puzzolente e alla fine vinse la guerra.

samSe gli alieni atterreranno un giorno sulla Terra, scrive Sam Kean, una delle poche cose che potrebbero effettivamente comprendere è la tavola periodica degli elementi…
Questa breve osservazione può far capire la sagacia di questo libro eccentrico e riflessivo che fa innanzitutto pensare.
La tavola periodica degli elementi, infatti, è uno dei capolavori della scienza e una sorta di catalogo dei vari tipi di materia di cui è fatto l’universo.
Per ogni suo elemento c’è una piccola grande storia da raccontare. Il campo è vasto, universale.
Sam Kean non manca mai di essere interessante e affascinante. Il suo entusiasmo per l’argomento è davvero contagioso e il risultato è un libro che è un vero piacere da leggere (dall’inizio alla fine).
Kean, giornalista e divulgatore scientifico, fa un lavoro magistrale spiegando fatti e storie in un modo facile da capire e divertente da leggere (soprattutto per persone come me che amano imparare…).
I vari elementi della tavola non sembrano il soggetto più interessante per un libro, ma Kean ci sa davvero fare in fatto di intrattenimento e ha aneddoti divertenti e concetti intriganti anche sul più (apparentemente) noioso degli elementi. La sua scrittura è perfetta per questo genere e riesce ad essere semplice e complessa al punto giusto.
Spero davvero che Kean stia lavorando al suo secondo libro perché non vedo l’ora di leggerlo.

Sam Kean, Il cucchiaino scomparso, traduzione di Luigi Civalleri, Adelphi, 2014.

Sulla maestria

11 giugno 2014

Dicono che la letteratura rispecchi di volta in volta la propria epoca, ma pure i movimenti che, di volta in volta, si contrappongono alla loro epoca sono lo specchio di quest’ultima, e non è da escludersi che anche nel mondo odierno si possano verificare simili reazioni. Anzi, direi che mai come oggi abbiano ragione di esistere. Anche una letteratura impegnata a coltivare la coscienza di classe e uno spirito combattivo può essere utile al progresso, ma, da un altro punto di vista, è lecito domandarsi se davvero spetti all’arte il compito di fornire continue sollecitazioni all’animo umano e mettere in discussione lo stato della società. Per gli occidentali, tutti orientati sull’esclusiva realtà del presente, non vi sono forse altre vie verso il cambiamento; noi, invece, abbiamo lo Zen, gli insegnamenti buddhisti, il pensiero di Laozi e Zhuang Zhou: per quanto il mondo circostante possa essere terreno di violente contrapposizioni, noi sappiamo serbare nel cuore un tempo della serenità. Se oggi, per esempio, anziché scrivere un’opera incentrata sul conflitto fra proprietari terrieri e contadini, qualcuno raccontasse la bellezza della natura in campagna, riportando tradizioni e leggende del proprio villaggio, quale sollievo darebbe alla fatica di chi lavora la terra! La letteratura può essere lo strumento di uno scontro dialettico, ma bisogna tenerlo a mente – neppure i cambiamenti che sinora hanno interessato sistemi politici e sociali sono stati sufficienti a contrastare il progressivo inasprirsi delle condizioni di vita. Non facciamo che andare avanti, sempre avanti, al grido imperterrito di «rinnovamento», ma quali felicità ci attendono alla fine del cammino? L’insoddisfazione continuerà a esistere, non verrà mai il momento in cui tutti saranno felici.

tTanizaki è maestro quando ci narra di un Giappone tradizionale che non c’è più. Di superstizioni, incantesimi, fantasmi, vampiri e animali che possono assumere sembianze umane. Di storie di eroismo, di cavalleria e sacrificio estremo. Oppure di storie legate al colore noto come kinjiki, strettamente riservato per gli abiti dei più alti funzionari del governo.
In ogni pagina di Tanizaki si respira aria di saga e di mito. La sua è una scrittura aperta agli influssi occidentali che non vuole dimenticare, però, le tradizioni giapponesi. Una scrittura dalle ramificazioni luminose che è celebrazione e rimpianto dell’antico, ma anche scandaglio forte e continuo del proprio mondo interiore.

Tanizaki Jun’ichirō, Sulla maestria, a cura di Gala Maria Follaco, Piccola Biblioteca Adelphi, Adelphi 2014.

Un’estate con Montaigne

3 giugno 2014

essaymLeggere Montaigne e i suoi Essays trasgredendo è la sfida ardua che si pone Antoine Compagnon.
Montaigne, “filosofo involontario e fortuito”, dubita sempre, è molto sensibile all’ambiguità dei testi (“Il nostro linguaggio, come ogni altra cosa, ha le sue debolezze e i suoi difetti. Le ragioni dei disordini che turbano il mondo sono perlopiù di natura grammaticale…”) e diffida dei medici e di un’educazione troppo scolastica.
Compagnon ci fa scoprire un Montaigne interessato agli aneddoti, ai tic, ai gesti più che ai fatti memorabili della storia, ma anche un Montaigne scettico che non parla degli altri se non per parlare di se stesso e conoscersi meglio (“la frequentazione dell’altro permette di andare incontro a se stessi e la conoscenza di sé di andare verso l’altro”). Un Montaigne animato da un’entusiastica fede umanistica che crede nella superiorità della penna sulla spada, ma che diffida delle parole e della retorica.

Antoine Compagnon, Un’estate con Montaigne, traduzione di Giuseppe Girimonti Greco e Lorenza Di Lella, Adelphi, 2014.

L’istinto di narrare

28 maggio 2014

Come Tom Sawyer quando deve imbiancare lo steccato, gli autori ingannano i lettori inducendoli a compiere la maggior parte del lavoro di immaginazione. La lettura è spesso considerata un atto passivo: ci sprofondiamo in poltrona e lasciamo che la musica dello scrittore suoni nel nostro cervello. Ma non e affatto così Quando entriamo a contatto con una storia, la nostra mente macina a getto continuo.
Talvolta gli scrittori paragonano la propria opera alla pittura. Ogni parola è un tratto di colore. Parola dopo parola – pennellata dopo pennellata – lo scrittore crea immagini che hanno tutta la profondità e la vivezza dell’esistenza reale.

Quando leggiamo delle storie, questo corposo sforzo creativo è continuamente in atto, procede instancabile al di fuori della nostra consapevolezza. Ci imbattiamo in un personaggio che è «di bell’aspetto» con «uno sguardo fiero» e zigomi «affilati come lame». E da questi piccoli indizi noi costruiamo un essere umano che non solo possiede quegli occhi (scuri o chiari?) o quegli zigomi (rubizzi o pallidi?), ma anche un certo tipo di naso e di bocca.

stNarrare può sorprendere, divertire ed educare.  Le storie ci possono rendere più profondi, possono darci piacere.
La mente umana capitola impotente al risucchio di una storia forse perché il gioco di immedesimazione è in realtà un divertimento serio da morire.
Narrare è trovare qualcosa di nuovo, è chiudere gli occhi e lasciare che il particolare risalga da solo alla coscienza affettiva. E’ fermare il tempo, lasciare che qualche altro veda con i tuoi occhi…

Jonathan Gottschall, L’istinto di narrare, traduzione di Giuliana Olivero, Bollati Boringhieri, 2014.


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