Le affascinanti manie degli altri

21 novembre 2014

«Sabato sera» sottolineò Isabel Dalhousie. «Fischiano le orecchie».
Guy Peploe, seduto di fronte a lei in un angolino sul retro della caffetteria Glass and Thompson, le rivolse uno sguardo confuso. Isabel aveva la tendenza a pronunciare frasi enigmatiche — lui lo sapeva, e non ci faceva più caso — ma questa gli parve più sibillina del solito.
Mescolò il caffè. «Non ti seguo, Isabel. Lasciatelo dire. Orecchie che fischiano?»
Isabel sorrise. Non intendeva fare la misteriosa ed era stato Guy, del resto, a introdurre l’argomento «sabato sera»; lei aveva solo raccolto lo spunto. L’amico aveva parlato di un’inaugurazione a cui aveva partecipato il sabato precedente, una mostra dedicata a un pittore realista scozzese, ignorato in vita e ora acclamato come un genio. C’erano tutti: o meglio, tutti quelli che andavano alle inaugurazioni del sabato sera nelle gallerie, aveva rimarcato Guy ridacchiando. I restanti quattrocentottantamila abitanti di Edimburgo e dintorni con ogni probabilità stavano facendo altro.

Alexander McCall Smith, Le affascinanti manie degli altri,Isabel Dalhousie è una filosofa riflessiva, ma tutt’altro che prudente. Ha fiducia nella vita che evolve (e muta) e ci fa scoprire il lato di filosofia applicata alla nostra vita di tutti i giorni.
La realtà più abituale ha molto di che sorprenderci. L’altro, che crediamo di conoscere, è un infinito che fugge a se stesso… Il quotidiano è così come lo creiamo e di quotidiano in quotidiano la vita passa, si trasforma. Per questo aprire gli occhi tutte le mattine significa essere vivi e Isabel Dalhousie sa che per amare il quotidiano è sufficiente questa semplice constatazione. Lei pone sempre domande alla vita mantenendo per tutta la giornata la chiarezza del mattino. Aprire gli occhi anche quando nessuno ci spinge a farlo, significa scegliere lo stupore come posizione esistenziale. Lei non è una detective tradizionale, però non ha mai rifiutato una richiesta diretta di aiuto e sa vivere una vita piena, sa rallentare e sbagliare. Sa andare incontro alle situazioni più diverse per cogliere il nuovo nascosto dietro al vecchio, il cambiamento che si agita sotto l’apparente ripetizione dell’identico.
“Il sole è nuovo ogni giorno!”, diceva Eraclito.

Alexander McCall Smith, Le affascinanti manie degli altri, traduzione di Giovanni Garbellini, Guanda 2014.

Sette brevi lezioni di fisica

20 novembre 2014

Da ragazzo, Albert Einstein ha trascorso un anno a bighellonare oziosamente. Se non si perde tempo non si arriva da nessuna parte, cosa che i genitori degli adolescenti purtroppo dimenticano spesso. Era a Pavia. Aveva raggiunto la famiglia dopo aver abbandonato gli studi in Germania, dove non sopportava il rigore del liceo. Era l’inizio del secolo e in Italia l’inizio della rivoluzione industriale. Il padre, ingegnere, installava le prime centrali elettriche in pianura padana. Albert leggeva Kant e seguiva a tempo perso lezioni all’Università di Pavia: per divertimento, senza essere iscritto né fare esami. È così che si diventa scienziati sul serio.
Poi si era iscritto all’Università di Zurigo e si era immerso nella fisica. Pochi anni dopo, nel 1905, aveva spedito tre articoli alla principale rivista scientifica del tempo, gli «Annalen der Physik». Ciascuno dei tre valeva un premio Nobel.

Carlo Rovelli, Sette brevi lezioni di fisicaDivulgare significa condividere e condividere vuol dire partecipare in modo attivo a un progetto di crescita. Carlo Rovelli, fisico teorico e filosofo della scienza, si occupa di gravità quantistica e, con Lee Smolin e Abhay Ashtekar, ha dato origine alla teoria della gravità quantistica a loop, una delle più importanti linee di ricerca teorica che si propone descrivere le proprietà quantistiche dello spazio e del tempo.
Quando scrive, Rovelli fa riflettere e appassiona alla materia con piccole storie e con scintillanti paradossi che illuminano e affascinano.
Queste “lezioni”, che riprendono ed espandono una serie di suoi articoli pubblicati sul Sole 24 Ore, ci offrono un’eccellente panoramica delle straordinarie rivoluzioni avvenute nella fisica del XX secolo e della ricerca in corso.
“Il problema nasce già nella fisica classica ed è stato sottolineato dai filosofi fra il XIX e il XX secolo, ma diventa assai più acuto nella fisica moderna. La fisica descrive il mondo per mezzo di formule che dicono come variano le cose in funzione della «variabile tempo». Ma possiamo scrivere formule che ci dicono come variano le cose in funzione della «variabile posizione», oppure come varia il gusto di un risotto in funzione della «variabile quantità di burri». Il tempo sembra «scorrere», mentre la quantità di burro o la posizione nello spazio non «scorrono». Da dove viene la differenza?…”

Carlo Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica, Piccola Biblioteca Adelphi, Adelphi 2014.

Forse Esther

18 novembre 2014

La sensazione della perdita si affacciava senza preavviso nel mio mondo peraltro sereno, aleggiava su di me, stendeva le sue ali, e io mi sentivo priva di aria e di luce, per una mancanza che forse non esisteva affatto Talvolta si manifestava come un lampo, subitaneo, come un malore, quasi che tutto d’un tratto mi sfuggisse il terreno sotto i piedi, remavo affannosamente con le braccia per salvarmi, per riprendere l’equilibrio, colpita da un proiettile che non era mai stato sparato, nessuno aveva detto Mani in alto! Questa ginnastica esistenziale nella lotta per mantenere l’equilibrio mi sembrava parte dell’eredità famigliare, un riflesso congenito. A scuola, durante l’ora di inglese ripetevamo l’esercizio: hands up, to the sides, forward, down. Allora pensavo che la parola ginnastica derivasse dalla parola inno, in russo cominciano entrambe con la g, gimnastika e gimn, e io tendevo con fervore le mani verso l’alto sforzandomi di toccare l’invisibile volta celeste.

FECostruire un albero genealogico è un po’ come fare un albero di Natale, con addobbi tirati fuori da vecchie scatole che sembrano avere cent’anni. Spesso in quei frangenti diverse palle di vetro se ne vanno in frantumi e alcuni angeli sono brutti, ma resistono sopravvivendo ai vari traslochi.
Nella mia famiglia, ricorda Katja Petrowskaja, c’era di tutto: un contadino, diversi insegnanti, un agente provocatore, un fisico e un poeta, ma c’erano soprattutto leggende.
Però, sottolinea Katja, “eravamo felici, e tutto in me si ribellava al detto di Tolstoj che ci è stato tramandato, secondo il quale, nella loro felicità, le famiglie felici si assomigliano tutte, mentre uniche nel loro genere sono solo quelle infelici, un detto che, adescandoci nella sua trappola, suscitava in noi la propensione all’infelicità, come se soltanto dell’infelicità valesse la pena parlare, mentre la felicità era vuota.”

Forse Esther
(che ha vinto il premio Ingeborg Bachmann nel 2013) è un libro profondo e potente, ma anche delicato e ironico. Un libro speciale in movimento da cui emergono in modo straordinario certe ombre della realtà che vengono descritte con un’empatia non comune e con un linguaggio meraviglioso in grado di far vibrare.

Katja Petrowskaja, Forse Esther, traduzione di Ada Vigliani, Adelphi, 2014.

L’acqua più dolce del mondo

13 novembre 2014

JAMIL AHMAD- PHOTO CREDIT FAUZIA MINALLAHÈ una terra remota e isolata, fragile e spietata, quella che si trova dove i confini di Iran, Pakistan e Afganistan si incontrano, nel groviglio sconnesso di colline accidentate ed erose e tra sparute palme da dattero traballanti e rinsecchite.
Toz Baz è il Falco nero, un bambino ricco di forza e coraggio già provato dalla vita. È lui a raccontarci di questo mondo di tempeste di sabbia, di nuvole di pernici che compaiono nel cielo e di mancanza di cibo e acqua. Terre desolate e vive che ci rivelano storie di saggezza e di vero onore, ma anche di vicende di tamburi che allertano del pericolo o di oscuri amuleti d’argento pieni di mistero che inquietano e affascinano allo stesso tempo.

Jamil Ahmad, L’acqua più dolce del mondo, traduzione di Aurelia Martelli, Bollati Boringhieri 2014.

’14

26 ottobre 2014

eIl primo giorno di Agosto del 1914, Anthime esce a farsi un giro in bicicletta. È fuori dalla sua città in Vandea, pedala senza fatica per una decina di chilometri in piano finché si trova davanti una collina e allora si alza sulla sella per salire in cima. Da lassù può ammirare il paesaggio circostante, che sono paesini sparsi tutt’intorno, campi e pascoli finché si vuole.
All’improvviso le campane suonano a martello, tutte assieme, all’unisono. È la mobilitazione, pensa Anthime, e un po’ se l’aspettava, ma mai avrebbe immaginato che capitasse un sabato in cui “tutti parevano assai contenti della mobilitazione: discussioni appassionate, risa smisurate, inni e fanfare, esclamazioni patriottiche striate di nitriti…” È una celebrazione della comunità, una festa, un’esplosione di irrazionalità. Un incanto che si trasformerà ben presto in disincanto…

I lettori di Jean Echenoz conoscono la sua scrittura, la sua leggerezza apparente e il suo gusto per l’insolito e forse si aspetteranno di trovare una sorta di epica rievocazione oppure un sequel letterario. Non è esattamente così.
’14 (che racconta della grande guerra e della mobilitazione generale dell’esercito il 1° agosto 1914) scorge una moltitudine di cose, di movimenti e di rapporti, intreccia con attenzione ogni piccolo, ma regolare movimento della vita quotidiana. Fonde insieme concentrazione e leggerezza facendoci avvertire il senso della continuità e quello della lacerazione che formano il tessuto disuguale della nostra vita.

Jean Echenoz, ’14, traduzione di Giorgio Pinotti, Fabula, Adelphi edizioni 2014.

Incontri di seduzione

21 ottobre 2014

tartufoIl Tartufo di Molière è stato rappresentato per la prima volta nel 1664, ma forse ancora oggi è la satira più feroce che mai sia stata scritta contro l’ipocrisia e il moralismo fanatico ostentato dai tanti, troppi personaggi influenti che si impongono nella società.
Molière con il Tartufo prende di mira tutti quei falsi devoti che, in opposizione ai libertini, amorali e atei, si riuniscono in congregazioni con lo scopo di tutelare la religione e e il buon costume.
La parola tartuffe denota sia il tartufo come tubero che la persona disonesta, e Tartufo, il protagonista della commedia, figlio di povera gente, è proprio un disonesto che, non avendo i mezzi per eccellere, si serve dell’ipocrisia per raggiungere i suoi scopi.
Come dice lo stesso Molière: “avendo pochi mezzi e molta ambizione, senza alcuno dei doni necessari per soddisfarla onestamente, risoluto tuttavia a saziarla a qualunque prezzo, sceglie la via dell’ipocrisia”.
Per Cesare Garboli il teatro è il luogo delle grandi avventure in un piccolo spazio, una sorta di microcosmo che fa grandi le storie.
Molière, per il critico viareggino, non è stato solo un oggetto di studio, ma, come lui stesso lo definì, un “incontro di seduzione”. Al teatro del commediografo francese, Garboli ha sempre prestato un interesse particolare, esclusivo.
A trecento anni di distanza Tartufo sorprende ancora per attualità di temi e situazioni. E’ un personaggio complesso e, perciò, moderno. Lo si comprende bene leggendo questi testi riuniti da Adelphi che incantano per la grande modernità e per l’estrema ricchezza di tonalità.

Cesare Garboli, Tartufo, Piccola Biblioteca Adelphi, Adelphi 2014.

Antropop – La tribù globale

29 luglio 2014

duccioDuccio Canestrini ci presenta l’antropologia culturale in un modo creativo e illuminante forse perché ha avuto in sorte il dono gioioso dello scriver chiaro.
Il mondo, oggi e da sempre, è una perenne mutevolezza, un gioco di crescere e decrescere, colmarsi e vuotarsi, finire e ricominciare.
L’antropologia culturale può farci capire il significato di alcuni cambiamenti in atto e in questo libro si spiega che niente e nessuno a questo mondo è libero da influenze e, nel caso qualcuno lo fosse, questo qualcuno qualche problemino lo avrebbe.
“La metafora della muraglia, dell’argine, della barriera non ha mai retto per quanto riguarda le culture. Le connessioni sono virali e i virus mutano.”
L’antropologia, se si sa leggere, è qui, davanti a noi, ubiqua e onnipresente.
L’antropologia oggi è pop quando si parla di cultura popolare e quindi di fumetti, di cinema, di social network, di oggettistica o di usi e costumi. E’ pop perché è popolare, conosciuta, quindi per tutti. Perché è in grado di leggere fatti e fenomeni attualissimi e diversi fra loro. Perché c’è qualcosa di più della realtà che possiamo vedere, sapere, esplorare.

Duccio Canestrini, Antropop – La tribù globale, Bollati Boringhieri 2014.


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