Grida di pietra

20 maggio 2013

La stanza era illuminata a malapena da una lampada a olio che proiettava riflessi giallastri sul volto delle quattro persone sedute in cerchio sui cuscini.
Hussein si era messo a destra dell’amico Zeyd, tenendo lo sguardo fisso sull’uomo che stava loro di fronte, che doveva avere ventisette o ventotto anni. Un tipo imberbe dal naso prominente, il labbro inferiore spesso e sporgente. Le sue pupille nere brillavano di una luce vivace. All’inizio a Hussein era parso che esprimesse una certa malizia, ma presto aveva cambiato idea: nessuna malizia, era lo sguardo di una volpe.
Con un gesto nervoso l’uomo scostò un lembo della kefiah a quadri neri su fondo bianco che gli copriva la testa, spostandola sulla spalla sinistra. Quello non era un copricapo qualunque – Hussein lo sapeva bene -, anche se veniva indossato tradizionalmente dalla maggior parte dei beduini e dei contadini arabi. Ma dal 1936, dopo le rivolte organizzate dal padre di Zeyd, quella kefiah era diventata un simbolo: il simbolo della resistenza contro la presenza inglese in Palestina. A quel tempo serviva al combattenti per proteggersi il volto e non essere riconosciuti dai soldati britannici.
Un altro elemento aveva attirato l’interesse di Hussein appena entrato nella casa: la fila di libri allineati su uno scaffale. Quasi tutti erano biografie delle più importanti figure del sionismo: Theodor Herzl, Vladimir Jabotinsky; Moshe Hess e Nachman Syrkin.
«Fratello, non mi stai ascoltando!»
Hussein sobbalzò. La voce dell’uomo aveva risuonato netta, con una punta d’impazienza nell’accento egiziano.
«Invece si: non ho perduto nemmeno una parola».
«E allora cosa ne pensi?»
La domanda era stata posta da colui che sedeva a fianco dell’uomo con la kefiah, che si era presentato con il nome di Abu Jihad. Non doveva avere più di vent’anni.

Grida di pietraL’11 settembre del 2001 Gilbert Sinoué, scrittore e sceneggiatore francese nato a Il Cairo, si è chiesto come si è arrivati a questo punto e ha cominciato a scrivere la saga di Inshallah. Grido di pietra è il secondo volume di Inshallah e conclude l’affresco di un secolo delineando il destino di quattro famiglie.
Grazie al suo talento di scrittore, Sinoué riesce a illuminare la complessità di una regione in cerca di pace e dimostra che, nonostante la guerra, l’amore ha un suo posto.
Il lettore trova qui dei personaggi immaginari che appartengono a famiglie egiziane, irachene ebrei e palestinesi incontrate nel primo volume e, ancora una volta, il confronto dei destini individuali con la grande storia funziona.

Gilbert Sinoué, Grida di pietra, Neri Pozza, collana Le tavole d’oro, traduzione di Giuliano Corà, Neri Pozza, 2013.

Proust per bagnanti

14 maggio 2013

Alfredo Crepuscolo se ne andava in caffetteria ogni giorno, attorno alle otto, prima di lezione. La caffetteria sta nel cuore del campus e, oltre al caffé, offre di tutto: a ruota si susseguono lo stand di cucina orientale Jin-Jow, vaporoso di odori grassi, e poi Salsarita’s, dove graziose Guatemalteche preparano empanadas e gazpacho, e ancora Papa John’s coi suoi panini farciti di polpette, e via dicendo.Rosa era la manager del Burger King e da dietro il bancone del Burger King istruiva dirigeva confortava i giovani alle sue dipendenze, di solito neri e sudamericani, cuoceva hamburger e avvampava di griglia e friggitoria. Cucinare e servire gli studenti in fila al bancone non era compito suo, ma lo faceva lo stesso, perché le piaceva dire buona giornata agli studenti, che questi la riconoscessero, che la chiamassero per nome. La maggior parte del tempo, però, stava di spalle al pubblico, come un direttore d’orchestra, inguainata nella sua divisa d’ordinanza blu, salvo voltarsi ogni tanto e come prima cosa guardare le scarpe delle persone in fila. Era dalle scarpe che un giorno aveva levato lo sguardo su Alfredo e gli aveva detto: “Tu sei Italiano.”
Diceva che un Italiano si riconosce dalle scarpe.

copertina Ema2Tre storie con sottofondo di note dolci accomunate da domande, tante domande. La dignità e l’onore non comuni di Rosa, il suo viaggio alla ricerca di un passato da ritrovare. La giovinezza spensierata e allegra di Alfredo, la sua rivelazione per l’arte e l’incontro inebriante con l’America…
Un libro scritto con amorosa sensualità melodica e con i colori più caldi e impetuosi del virtuosismo.
Un forte vento profumato soffia su tutte le pagine muovendole, agitandole, quasi trascinandole via, al di là della carta, oltre gli intrecci.
In Proust per bagnanti, Emanuele Pettener conferma il suo notevole talento mimetico e ci fa percepire il ritmo inesauribile del racconto. La sua è una scrittura che ci introduce in un mondo sinuoso e curvilineo in cui ogni singola linea si moltiplica portandoci lontano con una semplice e profonda gioia.
E Proust? Cosa c’entra Proust coi Tropici? C’entra, c’entra. Lo capirete leggendolo o, perché no, ascoltandolo. E perché leggere Proust “non è una distrazione dal godimento degli elementi naturali ma un’intensificazione”. Perché “nulla è più compatibile con le sue frasi (avvolgenti come spire di serpente) e con l’oblio (a cui conducono i suoi periodi lentissimi e abbacinanti) di una spiaggia tropicale, possibilmente deserta, sotto l’imperioso sole d’agosto.”

Emanuele Pettener, Proust per bagnanti, Meligrana editore, 2013.

Sinbad torna a casa

4 maggio 2013

… il marinaio si fermò e rimase a contemplare, con tenerezza, quel caro, giovane viso avvolto nei tiepidi veli dell’alba. La fanciulla, che dormiva accanto alla madre, dovette percepire lo sguardo di Sindbad, giacché mandò un sospiro e affondò la testa tra i cuscini. Ma la donna, come la selvaggina quando avverte un fruscio tra i cespugli, si svegliò di colpo. Si mise seduta, fissò con gli occhi sbarrati Sindbad, che se ne stava fermo con la testa inclinata da un lato, e saltò giù dal letto come se avesse visto un fantasma.
«Caro Sindbad» sussurrò con voce ardente infilandosi la vestaglia e precipitandosi davanti alla pettiniera per aggiustarsi con qualche gesto frettoloso, come se la casa stesse andando in fiamme, le ciocche spettinate ancora calde di sonno. «Ieri ci hanno staccato la corrente».
«Ci penso io» mormorò Sindbad, conscio delle proprie colpe. « In città conosco un tizio con cui una volta sono andato alla festa della maialatura nell’Oltredanubio».
«Dobbiamo procurarci del denaro» disse sottovoce la donna accostandosi a Sindbad e posandogli le mani sulle spalle. «Zsóka ha bisogno di un vestito da mettersi per gli esami. E poi c’è la fattura dell’elettricità da saldare. Già ieri ci siamo fatte portare il pranzo da Medve, il caffettiere, e il signor Mókus, il giovane oste, ci ha prestato un po’ di grasso e di cipolle per la cena. In casa non ci sono soldi, Sindbad. A Obuda non fanno credito».
«E’ il destino degli scrittori. La patria è indifferente. Ma so io che cosa fare» ripeté ostinatamente il marinaio, turbato. «Oggi tornerò a casa presto. Può aspettarmi per le otto, mia cara. Zsóka avrà il suo vestito, e pagheremo anche la luce. Ma intanto parli un po’ con il signor Medve a proposito del pranzo. Ora che il giovane Medve non solo gestisce la caffetteria, ma si accinge anche a calcare il palcoscenico, per lui è senz’altro importante coltivare i rapporti con la stampa. Ho sentito dire che di recente ha fatto un provino al teatro Kisfaludy, qui vicino, cantando un pezzo da Szibill… Si faccia prestare anche una candela, perché non mi piace cenare al buio».
«Cenerà qui a casa!» esclamò sommessamente la donna, con quella singolare voce soffocata con cui solo le donne che molto sopportano sono capaci di esclamare, silenziose e padrone di sé. «Farò dei cavoli ripieni. Porterò anche del vino dalla cantina di Mókus. Ma mi prometta che tornerà a casa presto, e che per strada non si fermerà a bere da nessuna parte».
A questa richiesta, Sindbad si mise a riflettere con la testa china da un lato. Non gli piacevano le promesse avventate.
Un tempo aveva mentito alle donne con facilità, spesso e volentieri. Il più delle volte aveva promesso loro che le avrebbe portate da Gárdonyi, suo buon amico, a Eger, dove poi avrebbero ballato la csárdás nella locanda, dopo mezzanotte, quando ormai se ne erano andati a dormire anche i commessi viaggiatori di oggetti sacri e solo i più giovani tra i canonici si avventuravano nelle sale del Korona, tra le correnti d’aria notturne. Le donne, creature totalmente ignare di faccende letterarie, prestavano fede a Sindbad quando raccontava che dopo mezzanotte l’eremita di Eger era solito ballare la csárdás in onore di Sindbad, e la maggior parte di loro non sapeva neppure che l’autore di L’uomo invisibile già da parecchio tempo era morto e se ne stava là in cima alla collina cinta dalle mura del castello di Eger, sotto le stelle eterne, immerso nei suoi sogni tristi e misteriosi. La credula ignoranza delle donne divertiva Sindbad.

sinbadcop2Apparso per la prima volta nel 1940, Sinbad torna a casa di Sándor Márai è il narratore Gyula Krúdy, antieroe leggendario della bohème di Budapest ai primi del Novecento e famoso autore di novelle e romanzi.
Per Márai è un maestro, uno scrittore diverso, inconsueto e straordinario di un’epoca che non c’è più. Il narratore meraviglioso ed emozionante di un’altra Ungheria, il dandy anarchico e borghese da ricordare. L’artista immenso la cui opera è sopravvissuta alla morte apparente. “Il lettore ungherese, che aveva un gusto ancora guastato dalla broda del realismo socialista, sorseggiava questa beve da diversa – l’opera di Sinbad -, ed era come se avesse scoperto, in una bottiglia avvolta da una ragnatela (così è intitolata una delle sue raccolte di racconti), un nobile liquore, che accende il sangue.”

Sándor Márai, Sinbad torna a casa, traduzione di Marinella D’Alessandro, Biblioteca Adelphi, Adelphi, 2013.

Imperium

1 maggio 2013

Sotto le candide nubi allungate, sotto il sole sfavillante, sotto il firmamento luminoso, si udì dapprima un fischio prolungato, poi la campana della nave che annunciava con insistenza il pranzo, mentre un boy malese percorreva con passo lieve e felpato il ponte superiore, per risvegliare con una rispettosa scrollata sulla spalla quei passeggeri che si erano appisolati subito dopo l’abbondante colazione. Grazie al talento del cuoco cinese dal lungo codino, la Norddeutsche Lloyd, maledizione a lei, offriva ogni mattina ai viaggiatori di prima classe squisiti mango alphonso da Ceylon, tagliati per il lungo e serviti ad arte, uova al tegamino con pancetta, petto di pollo alle spezie, gamberetti, riso agli aromi e una robusta Porter inglese. In particolare la degustazione di quest’ultima creava uno spettacolo alquanto riprovevole, quasi immorale tra i piantatori a bordo che – rivestiti della candida flanella della loro corporazione – si erano gettati in maniera alquanto scomposta a dormire sulle sdraio del ponte superiore del Prinz Waldemar. Calzoni con la patta aperta e bottoni che penzolavano semiscuciti, panciotti impiastricciati di macchie di curry giallo zafferano. Era assolutamente inammissibile. Quei tedeschi pallidi, ispidi, volgari, quei tedeschi simili a tapiri lì sdraiati, che si risvegliavano intontiti dal sonno della digestione, erano tedeschi all’apice del loro potere nel mondo.

imperiumAugust Engelhardt è a bordo del Prinz Waldemar ed è in viaggio verso la Nuova Pomerania per acquistare della terra. Non sa ancora né quanta né dove, ma sa che vuole avviare una piantagione di noci di cocco. Vuole diventare “piantatore” e ha la convinzione di poter cambiare, grazie alla forza della sua grande idea, il mondo che gli appare ostile, stupido e raccapricciante.
“Dopo un processo di eliminazione che lo aveva indotto a ritenere impuri tutti gli altri alimenti, Engelhardt si era imbattuto nel frutto della palma da cocco. Non c’era altra possibilità; la Cocos nucifera, questa fu la conclusione cui Engelhardt giunse, era letteralmente la regina della creazione, il frutto dell’albero del mondo Yggdrasil. Cresceva nel punto piú alto della palma, rivolta verso il sole e il fulgido Signore Iddio; ci donava acqua, latte, grasso di cocco e polpa nutriente; forniva all’uomo, unica nella natura, il selenio; con le sue fibre s’intrecciavano stuoie, tetti e funi; con il suo tronco si costruivano mobili e capanne intere; dalla sua polpa si ricavava un olio per scacciare le tenebre e ungere la pelle; persino il guscio concavo e vuoto rappresentava un recipiente perfetto da cui ricavare ciotole, cucchiai, brocche, persino bottoni; infine gli stessi gusci vuoti costituivano non solo materiale da ardere superiore a qualsiasi altra legna disponibile, bensì anche un rimedio idea!e per tenere lontane zanzare e mosche grazie al loro fumo; in breve, la noce di cocco era perfetta.”
August è convinto che chi saprà far diventare il cocco il proprio unico nutrimento può davvero aspirare all’immortalità. Il suo desiderio piú grande, la sua vocazione, è dar vita a una colonia di coccovori mangiatori di cocco.
Engelhardt si considera profeta e missionario insieme e per questo naviga verso i mari del Sud.

Un grande divertimento letterario questo Imperium di Christian Kracht. Un sorprendente e inconsueto divertissement con tutte le forme del romanzo d’avventura storica di Melville, Joseph Conrad, Robert Louis Stevenson e Jack London.
Uno stile di scrittura suggestivo e originale, molto divertente da leggere, che ben descrive il triste fascino dell’esotico (quasi alla maniera di Somerset Maugham o anche del Corto Maltese di Hugo Pratt) facendo conoscere e capire un momento della storia tedesca forse troppo poco esplorato.

Christian Kracht, Imperium, traduzione di Alessandra Petrelli, Bloom, Neri Pozza, 2013.

Sei tornato

30 aprile 2013

Qualcuno lo stava spiando.
Mark Fife cominciò a percepirlo in un caffè a tre isolati dalla casa dove abitava con Allison, la sua fidanzata, seduto su una sedia imbottita con la schiena rivolta alla vetrina. Era il mattino presto di un giorno lavorativo; tutto l’Ohio centrale si era svegliato sotto dieci centimetri di neve fresca e Mark e Allie avevano deciso di fare una passeggiata finendo per arrivare lì. Appena prima dell’ora di punta, A Cup O’Joe era pieno, rumoroso, l’aria calda e umida per la neve che si scioglieva sotto la suola di decine di scarponi. Allison aveva lasciato Mark da solo per andare in bagno e lui nell’attesa fingeva di leggere il «Dispatch». E in quel momento ecco il pizzicore al collo, quel fremito improvviso, come il gesto d’intesa di un’amante che ti passa la punta di un dito sulla nuca, tra i capelli corti.
Alzò gli occhi dalla pagina e passò in rassegna il locale, ma nessuno lo guardava. Quindi si girò sulla sedia e rimase nuovamente sbigottito: una donna, sconosciuta, lo scrutava da oltre A vetro.La donna era più vecchia di lui, sui quarantacinque. Aveva il viso rotondo, con un’abbronzatura innaturale per il mese di dicembre, avvolto in una sciarpa color argento; i capelli che ne spuntavano erano ricci e scurissimi. Teneva gli occhi spalancati: sembrava sorpresa di vederlo, un’espressione che Mark riconobbe, e che gli guastò l’appetito.
Avrebbe potuto ignorarla, ma era troppo bizzarra – troppo nervosa e frenetica – per essere ignorata. Aveva la bocca aperta, le mani inguantate strette davanti a sé. Non era soltanto sorpresa di vederlo. Era spaventata.

Sei tornato2Sette anni dopo la morte di suo figlio, Mark Fife è di fronte a una donna convinta che il fantasma del bambino continui a frequentare la sua vecchia casa. Questa rivelazione minaccia di destabilizzare la nuova vita che nel tempo Mark si è costruito e sembra l’inizio di un qualche cosa di inquietante che non si sa dove potrà portare.
La cosa più notevole di questo romanzo è l’architettura sottilissima e il profondo senso di emozione e meraviglia che vi scorre dentro.
Sei tornato è il romanzo d’esordio di uno dei migliori giovani scrittori americani, Christopher Coake, noto finora per i suoi racconti.
Un libro emozionante e intenso, un viaggio straziante nei meandri del cuore umano che si legge come un romanzo di suspense. Una cosa è certa. E’ molto più di una semplice storia di fantasmi.

Christopher Coake, Sei tornato, traduzione di Corrado Piazzetta, Guanda, 2013.

Venezia

29 aprile 2013

Ho avuto la fortuna due volte di incontrarmi con Venezia in modo del tutto speciale, in condizioni assai migliori di quelle concesse ai comuni mortali. Sono arrivato a lei attraverso la bocca di porto di San Nicolò che taglia la lingua protesa del Lido: una volta nel 1960, su una nave proveniente da Costantinopoli; un’altra, ancor più indietro nel tempo, qualche anno prima della seconda guerra mondiale, su una piccola nave partita da Dubrovnik, l’antica Ragusa. Mia moglie ed io eravamo addormentati nelle nostre cuccette; ci risvegliammo all’alba quando il battello aveva già attraccato alla Dogana da Mar, di fianco alla Salute, nel cuore stesso di Venezia, tra San Giorgio Maggiore, il Palazzo dei Dogi e la Piazzetta.

braudel venezia2Pubblicato per la prima volta nel volume fotografico Venezia. Immagine di una città (di Fernand Braudel e Folco Quilici, questo saggio riproposto oggi da Il Mulino è una riflessione straordinaria su un labirinto di rara bellezza qual è Venezia, città-mosaico prigioniera del sale che mai si è pensata come un insieme. Una città che “non ha proprio nulla di geometrico, bisogna ammetterlo” e in cui “il rischio di perdersi è molto forte”. Una città sospesa sopra la durata, il miraggio di una realtà, una somma di linguaggi che ci offre ogni volta una magistrale lezione di armonia. “Un labirinto, un insieme di isole, un aggregato di singole unità costruite dapprima l’una indipendentemente dall’altra, e poi riunite per dare corpo a una città compatta: le case, i canali, i rii (fiancheggiati da palizzate, poi da blocchi di pietra, le fondamenta), infine le calli, le stradine e i viottoli che formano una sorta di tessuto interstiziale attraverso il quale, lentamente, i rioni sparsi della città si sono saldati, rimarginati come i lembi di una ferita.”
Con questo piccolo saggio Braudel, grazie a una scrittura luminosa e intelligente, riesce a unire divagazioni letterarie a memorie vive, ricca cultura a immagini reali in modo sagace e sorprendente. Non è facile scrivere di Venezia, meta eccellente, luogo incantato e interiore che ha da sempre vissuto una ineguagliata concentrazione di artisti. Braudel, però, ci riesce e lascia il segno, mette a fuoco e intuisce, coglie ed equilibra.
“Quando sento pronunciare il nome di Venezia, penso subito al viaggiatore che la incontra per la prima volta, non ancora sedotto dalla città… Un modo per ritrovarsi tutt’a un tratto sulla soglia della giovinezza e insieme, per la prima volta, di fronte alla città cresciuta in modo così assurdo là dove non avrebbe dovuto, ma che ha comunque prosperato e continuato a vivere per il piacere dei nostri occhi…”
Fernand Braudel è stato tra i maggiori storici del Novecento, uno dei grandi maestri e modelli della ricerca storica e storiografica, fra i principali esponenti della Ecole des Annales che raccoglieva il più prestigioso gruppo di storici francesi del XX secolo.

Fernand Braudel, Venezia, traduzione di Giuliana Gemelli, Il Mulino, 2013.

Mangiare bene per cambiare il mondo

17 aprile 2013

dilonnivoro2Forse il modo migliore per dare una risposta ai nostri dilemmi è andare direttamente alle radici del problema, ovvero seguire dall’inizio la catena alimentare che ci nutre, dalla zolla fino alla tavola.
“Era mia intenzione osservare da vicino come ci procuriamo il cibo e come lo consumiamo, per entrare dentro la più fondamentale transazione tra specie: mangiare ed essere mangiati («La natura nel suo complesso» scrisse il teologo inglese William Ralph Inge «non è che la coniugazione del verbo mangiare, nelle sue forme attiva e passiva»). Mi sono avvicinato al problema come un naturalista, armato sia dello sguardo d’insieme di scienze come l’ecologia e l’antropologia, sia della visione ravvicinata dell’esperienza personale.”
Michael Pollan è partito fondamentalmente dalla premessa che l’uomo, come ogni altra creatura sul pianeta, è un anello della catena alimentare e che il suo posto in questa catena ha contribuito in modo determinante a plasmare i caratteri della specie. La nostra natura deve molto al fatto che siamo onnivori, dal punto di vista fisico e intellettuale.
“L’acuto spirito di osservazione, la prodigiosa memoria, l’innata curiosità e la voglia di sperimentare cose nuove sono caratteristiche legate molto strettamente alla nostra versatilità alimentare.” Lo stesso può dirsi di certi adattamenti evolutivi, come l’abilità nella caccia e l’uso del fuoco per cucinare, che ci hanno consentito di eludere le difese di altre specie viventi per cibarcene. C’è chi pensa che il nostro grande appetito sia responsabile della nostra barbarie e allo stesso tempo delle più alte conquiste della nostra civiltà. Chi può mangiare di tutto ha però bisogno di darsi delle regole, dei limiti, un’etica, dei rituali…
Siamo davvero quello che mangiamo? Michael Pollan mette subito le cose in chiaro e lo fa portando punti di vista completamente nuovi su questioni solo apparentemente ordinarie. Il suo è un messaggio convincente, persuasivo, efficace.
Siamo una società di onnivori voraci sempre più confusa e stiamo appena cominciando a riconoscere le profonde conseguenze delle semplici scelte alimentari di ogni giorno, sia per noi stessi che per il mondo naturale.
Cosa dobbiamo mangiare? E che cosa ci dobbiamo farci per cena?
Michael Pollan affronta questo argomento con arguzia e intelligenza. Mangiare bene, dice, può essere un modo piacevole per cambiare il mondo.

Michael Pollan, Il dilemma dell’onnivoro, traduzione di Luigi Civalleri, gli Adelphi, Adelphi, 2013.


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 41 follower